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Cavalli-Sforza, dalla Val Parma al mondo

Дата публикации: 06-02-2026 07:06:33

Luigi all’anagrafe, Luca per familiari ed amici, L.L. in calce alle lettere. La sua firma è cambiata nel corso del tempo ma la sua stella polare è rimasta la stessa. Cavalli-Sforza ha avuto una grandiosa intuizione e ha continuato a svilupparla per tutta la vita. Ha capito che la genetica poteva raccontare la storia dell’umanità, […]

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IMG-20260123-WA0003 (2) Luigi all’anagrafe, Luca per familiari ed amici, L.L. in calce alle lettere. La sua firma è cambiata nel corso del tempo ma la sua stella polare è rimasta la stessa. Cavalli-Sforza ha avuto una grandiosa intuizione e ha continuato a svilupparla per tutta la vita. Ha capito che la genetica poteva raccontare la storia dell’umanità, quando quest’idea sembrava un azzardo. Prima dei super-algoritmi. Prima del Progetto Genoma Umano. Prima che il sequenziamento dei fossili diventasse realtà. La comunità scientifica mondiale, dunque, lo ricorda soprattutto per questa sua visione, come un pioniere.

Rinchiudere il medico-genetista-antropologo italiano in una definizione precisa, ridurre il suo contributo a una singola scoperta vorrebbe dire fargli un torto. Leggendo la sua autobiografia, che esce in una nuova edizione rivista e aggiornata dal figlio Francesco, appare evidente che il suo sguardo ampio sulla diversità umana, la sua capacità di anticipare i tempi e varcare i confini tra le discipline continueranno a rappresentare una fonte di ispirazione nell’era dell’intelligenza artificiale, della frammentazione dei saperi, delle domande scomode sulle responsabilità della scienza.
La copertina del libro, pubblicato da La nave di Teseo, mostra due mani intente ad aprire cassetti che probabilmente contengono indizi utili per rispondere alla domanda delle domande: chi siamo? Il titolo è “L’avventura di un ricercatore” (nell’edizione del 2005 era “Perché la scienza”).
“Ho voluto dedicarlo a quanti guardano oltre l’orizzonte, perché è esattamente quello che Luca ha fatto sin dagli anni ‘50. Nessuno credeva che si potesse ricostruire la storia di coloro che sono vissuti prima di noi a partire dalla biologia del presente”, ci dice Francesco Cavalli-Sforza. Secondo di quattro figli, Francesco ha studiato filosofia ma con la scienza ha preso dimestichezza sin da bambino, grazie ai moscerini della frutta tanto cari ai genetisti (Drosophila). “Mio padre ci ha mostrato come si allevano e ha fatto mettere in piedi a ciascuno di noi il suo piccolo laboratorio dove eseguire incroci e poi osservare i risultati al microscopio”.
Si potrebbe pensare che fare ricerca su organismi semplici, come i batteri che hanno impegnato Luca nella prima fase della sua carriera, o come i moscerini su cui ha lavorato su spinta del suo maestro Adriano Buzzati-Traverso, porti fatalmente a sviluppare un approccio riduzionista alla biologia e agli esseri umani. Nel caso di Luca, però, potrebbe essere vero il contrario. “Credo che ciò che gli ha permesso di avere una visione ampia, uno sguardo dall’alto, è stata la combinazione di due fattori.
Il primo è stato analizzare il susseguirsi delle generazioni in Drosophila”. Osservare centinaia di passaggi generazionali consente di abbracciare una dimensione temporale profonda, collegando passato e presente. L’altro fattore chiave è stato imparare a padroneggiare gli strumenti della statistica, così da poter ragionare sulle dinamiche di intere popolazioni. “E qui è stato fondamentale l’incontro con il matematico Ronald Fisher”, nota Francesco.
A differenza degli organismi modello, gli esseri umani hanno bisogno di molti anni per crescere e riprodursi, in questo senso sono dei pessimi soggetti sperimentali. Ma hanno il pregio di lasciare numerose tracce culturali delle loro vicissitudini, che possono essere cercate nei campi più disparati, dall’archeologia alla linguistica.
In effetti quando Luca inizia a cimentarsi con la demografia genetica, lo fa consultando una fonte inaspettata: gli archivi parrocchiali che documentano secoli di matrimoni, nascite e morti. Poi confronta queste genealogie con le caratteristiche più facilmente documentabili all’epoca, i gruppi sanguigni degli abitanti dei luoghi. “I villaggi della val Parma sono state le sue Isole Galapagos”, ha scritto Anthony Edwards, autore insieme a lui del primo albero genealogico delle popolazioni nel 1963. Per chi si occupa di scienze della vita è il più lusinghiero dei paragoni possibili: i lavori pubblicati da Cavalli-Sforza nell’arco dei decenni costituiscono “un unico, lungo ragionamento”, come la monumentale opera di Darwin. Invece di concentrarsi sulla selezione naturale, però, Luca è attento agli effetti di una forza spesso trascurata quando si parla di genetica ed evoluzione: il caso.
Collaborando con Marcus Feldman apre affascinanti scorci sugli intrecci tra evoluzione biologica e culturale, insieme ad Albert Ammerman indaga la preistoria dell’agricoltura. Nel 1988 pubblica l’albero più iconico, a sinistra mostra le ramificazioni dei popoli (dai bantu agli eschimesi), a destra ci sono le rispettive famiglie linguistiche. “È stato lui stesso a raccogliere i campioni biologici presso diverse popolazioni di cacciatori-raccoglitori a partire dal 1966 e per i successivi vent’anni”, racconta Francesco. Una delle foto contenute nell’inserto fotografico del libro mostra proprio lo scienziato con un gruppo di pigmei davanti all’infermeria di Bagandou, nella Repubblica Centrafricana.
È interessato a tutto ciò che può servire a mappare “storia e geografia dei geni umani” (è il titolo del libro scritto insieme ad Alberto Piazza e Paolo Menozzi), impegnato a intrecciare “geni, popoli e lingue” (un altro suo libro). Nel corso degli anni, dunque, aggiorna le sue ricostruzioni con le nuove tecnologie disponibili. Le informazioni contenute nel Dna mitocondriale consentono di seguire il lato femminile delle genealogie. Il cromosoma Y, invece, illumina il versante maschile dell’ereditarietà.
L’antropologia molecolare ormai ha preso il volo, conferma la teoria dell’origine africana di Homo sapiens, ricostruisce le antiche migrazioni, rivela gli incroci con altri ominidi. Il pioniere ha fatto scuola, ha ispirato un gran numero di ricercatori pronti a rifinire, correggere, ampliare. “La scienza è un’impresa collettiva, oggi planetaria, e il senso del fare ricerca è incastrare il proprio lavoro con quello di tutti gli altri”, ci dice il figlio.
A muoverlo è sempre stata la curiosità, dalla laurea in medicina a Pavia alla cattedra a Parma, dalla parentesi a Cambridge all’approdo a Stanford, dove si è svolta gran parte della sua carriera, senza mai perdere il filo diretto con l’Italia. Quando negli anni ’90 è partito il Progetto Genoma per ricostruire i tre miliardi di lettere che compongono il nostro Dna, si è impegnato in una sfida parallela: lo Human Genome Diversity Project (Hgdp). Anziché decifrare per intero una sequenza di riferimento, si trattava di mettere insieme una collezione di linee cellulari da popolazioni indigene di tutto il mondo, ma questa iniziativa ha incontrato forti resistenze. Può sembrare strano, perché Cavalli-Sforza è noto al pubblico per il suo antirazzismo scientifico e osteggiava il determinismo di certi genetisti della sua generazione.
“Era contrario anche ai brevetti sui geni. Eppure c’era il timore che i dati dell’Hgdp venissero usati con intenti commerciali o discriminatori, perciò ha lavorato diversi anni per sviluppare un protocollo etico il più rigoroso possibile”, ricorda Francesco. In alcuni casi non è bastato, per esempio nella collezione mancano i campioni dei Na-dene del nord America. “Hanno deciso di non mettere in mano a stranieri il loro sangue, perché contiene la loro anima”.
In novantasei anni di vita, dal 1922 al 2018, è passato attraverso una guerra mondiale, il boom economico, le contestazioni del ’68, ha visto la fiducia nella scienza affermarsi ed essere messa in discussione. Era ottimista o pessimista? “Credeva molto nel potenziale dei singoli esseri umani, ma aveva una sfiducia totale nella politica”. C’è tempo per un’ultima domanda. Cosa farebbe oggi suo padre se avesse vent’anni, lui che ha cominciato con un calcolatore Olivetti Elea mentre ora c’è la potenza dell’AI? “Lo rivela lui stesso alla fine del libro”, ci dice Francesco. Premette che la genetica continuerà a crescere e troverà applicazioni utilissime, ma ormai è una scienza matura. Lo spirito della frontiera, dunque, lo porterebbe altrove. Verso le neuroscienze.
(Pubblicato su 7/Corriere della Sera il 6 febbraio 2026)

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