«Sono nostalgica, molto più legata al passato che angosciata dal futuro. Il motivo? Un mistero anche per me. Avverto spesso quella sensazione che si prova alla fine di un’estate meravigliosa: hai vissuto qualcosa di intenso e sai che non potrai […]
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«Sono nostalgica, molto più legata al passato che angosciata dal futuro. Il motivo? Un mistero anche per me. Avverto spesso quella sensazione che si prova alla fine di un’estate meravigliosa: hai vissuto qualcosa di intenso e sai che non potrai mai replicarlo in modo identico. Non amo le “conclusioni”: quando resto fuori la notte, per esempio, non mi piace veder sorgere il sole. È paradossale, me ne rendo conto: l’esistenza è un continuo ricominciare. Eppure… Se potessi liberarmi di questo stato d’animo, agirei: mi impedisce di assaporare pienamente il presente». Niente da fare: Adèle Exarchopoulos è così, incapace di risparmiarsi.

Dopo venti anni di carriera (iniziò bambina in Boxes di Jane Birkin), 46 film e centinaia di interviste, continua a spendersi per ogni risposta: ci pensa su, amplia il raggio. Non rifila mai banalità.
Forse è proprio questa attitudine intensa e generosa a renderla una delle star predilette dai registi francesi: non c’è edizione del Festival di Cannes che non veda la sua partecipazione, talvolta addirittura con due pellicole.
Adèle Exarchopoulos in Garance.
Com’è successo lo scorso maggio: era in concorso con Garance di Jeanne Herry e nella sezione Première con Mariage au goût d’orange di Christophe Honoré. Attrice in perenne attesa di ingaggio e alcolista nel primo, moglie abbandonata con problemi di equilibrio psichico nel secondo. E, pure qui, niente da fare: lei ci prova con le commedie (è il caso di Mandibules di Quentin Dupieux), ha partecipato persino all’edizione transalpina dello show comico Lol – Chi ride è fuori, comunque viene invariabilmente chiamata per parti drammatiche ad alto tasso di empatia.
Il monito di Christoph Waltz«Un grande “brava” e ora… continua a impegnarti!» l’aveva ammonita il collega Christoph Waltz quella sera del 2013 in cui – appena ventenne – aveva ricevuto la Palma d’Oro per La vita di Adele di Abdellatif Kechiche (unico caso in cui il massimo premio di Cannes ha incluso le interpreti assieme al regista). In realtà, né Adèle né la coprotagonista, Léa Seydoux, avevano bisogno dell’esortazione: hanno sempre sfidato sé stesse, seguendo la qualità del progetto, non la centralità del ruolo. «Ho ricordi di figure secondarie che mi hanno colpita da spettatrice, lasciando un’impronta indelebile. Nella vita è lo stesso: a volte le persone che incontri per breve tempo sono quelle che ti segnano di più» spiega a proposito di Mariage au goût d’orange, una pellicola corale dove divide la scena con – fra gli altri – Vincent Lacoste, Paul Kircher e Nadia Tereszkiewicz.
Mariage au goût d’orange.
Un’esitazione nell’accettare in verità l’ha avuta, però non riguardava certo l’Ego. «Quando ho letto la sceneggiatura, l’ho trovata “teatrale”. Ho telefonato al mio amico Vincent (Lacoste, ndr) e gli ho detto: “Forse sono stupida: non capisco alcuni dettagli. Spiegami”. Mi ha risposto semplicemente: “Fidati di Christophe”. Conoscevo già il cinema di Honoré, il modo in cui aveva rivoluzionato il musical con Les Chansons d’Amour e la sua collaborazione con Léa (Seydoux, ndr) in La Belle Personne. E non sono rimasta delusa». Potrebbe invece rimanere deluso chi si aspetta che il “matrimonio al gusto d’arancia” del titolo preluda a una romantica love story: il giorno delle nozze si trasforma nella resa dei conti all’interno di una famiglia disfunzionale, segnata da un padre abusante.
«Credo che le esperienze traumatiche siano il tema centrale. Le vittime, a loro volta, possono riprodurre forme di maltrattamenti: verso le compagne, i bambini, le sorelle. Il film pone una domanda importante: che cosa devono superare i figli per interrompere il ciclo e non ripetere schemi insani?» riflette Exarchopoulos. E, purtroppo, sa di cosa parla: ha denunciato il padre di suo figlio, il rapper Doums, di violenze domestiche (un’accusa formulata pure dall’attuale compagna del cantante). «La vicenda è ambientata negli anni Settanta, un’epoca in cui la sopraffazione coniugale e varie discriminazioni di genere erano largamente normalizzate. Per non parlare della salute mentale. Stiamo appena iniziando a interrogarci seriamente sull’argomento: ci sono ancora troppe risposte da trovare, a livello scientifico, politico e istituzionale».
Adèle Exarchopoulos in la vita di Adele.
Sarà stato difficile identificarsi con una ragazza sofferente… «No, anzi: abbastanza facile, per quanto l’abbia vissuto con dolore» replica sicura. «È come se la conoscessi già o, addirittura, come se potessi essere stata lei: la sua depressione non nasce dal nulla: è legata al contesto. Non dimentichiamo che Mariage au goût d’orange è ambientato quasi cinquant’anni fa e nella storia ci sono state troppe donne considerate pericolose per la società semplicemente perché non rientravano nei codici e nelle norme del loro tempo. Si cercava di attribuire loro disturbi o malattie, mentre era una questione puramente culturale: spesso non rinunciavano alla libertà e al desiderio, affrontavano senza conformismi la sessualità, amavano amare. Mi è stato di grande aiuto un libro di Adèle Yon che avevo letto, Il mio vero nome è Elisabeth. Racconta la storia della bisnonna dell’autrice, cui era stata diagnosticata la schizofrenia, e il calvario cui venne sottoposta dai medici con l’avallo dei parenti: elettroshock, terapia di Sakel (prevedeva un altro tipo di shock, l’induzione di un coma ipoglicemico, poi interrotto dalla somministrazione di soluzioni zuccherine, ndr), lobotomia e internamento in un ospedale psichiatrico per diciassette anni».
Adèle Exarchopoulosdurante la presentazione a Cannes di “Mariage Au Goût D’Orange” il 20 maggio 2026 . (Photo by JB Lacroix/FilmMagic)
La trama non invoglia a sposarsi. «A me piace il valore simbolico del matrimonio, la sua dimensione solenne» sorride Adèle, oggi legata al collega François Civil. «Ho avuto mio figlio (Ismaël, nome che ha scelto per il significato, “Dio ti ascolterà” in ebraico, ndr) da giovane, a ventidue anni, e mi emoziona pensare che un giorno sarà adulto e presente alle mie nozze. Mi piacerebbe vederlo affrontare un momento del genere, sarebbe costretto a fare un discorso! (ride) Detto questo, il matrimonio non rappresenta un obiettivo o un sogno per me. Quello che conta davvero è la famiglia. La famiglia sì, è sacra».
E la sua è stata tutt’altro che disfunzionale. «Mamma è infermiera, papà aveva tre lavori: chitarrista, insegnante di musica e coordinatore dei venditori di panini nel palazzetto dello sport di Parigi Bercy. Con loro io e i miei due fratelli parlavamo parecchio, ridevamo parecchio» aveva raccontato a iO Donna. «Rispettavano la mia indipendenza, unica condizione: che non stessi in strada a perdere tempo. Mi hanno invitato a trovarmi un’attività: nel mio quartiere, c’era uno stage di improvvisazione teatrale… E voilà!».
La famiglia come laboratorioGenitori davvero tolleranti, che – sottolinea – le hanno insegnato a non giudicare e a non avere paura. «Ecco, io ritengo che libertà – in definitiva – significhi proprio non avere paura: paura di essere se stessi, paura di deludere. La mia fortuna è che li avrei scelti anche se non avessimo avuto un legame di sangue. Non è frequentissimo: i rapporti familiari possono essere un peso, sei tenuto a voler bene a persone che non hai scelto. Ma possono essere un “laboratorio” di perdono quasi infinito. Ci sono stati conflitti, ovvio. Quante volte ho accusato i miei fratelli di marachelle che avevo combinato io! (sorride) Ma c’è una complicità enorme. Può capitare di scoppiare a ridere durante un funerale, o di condividere situazioni assurde che soltanto i nostri possono comprendere».