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Michele Bargigia, in arte "Giotto", compositore-psicologo: «La mia musica a colori. Il palco di Sanremo? Bello, ma che ansia»

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

PADOVA Pianista, compositore e ricercatore del rapporto tra musica, emozioni e psicologia: si definisce così il padovano Michele Bargigia, in arte Giotto, che è riuscito a unire il...

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PADOVA Pianista, compositore e ricercatore del rapporto tra musica, emozioni e psicologia: si definisce così il padovano Michele Bargigia, in arte Giotto, che è riuscito a unire il suo amore per la musica alla psicologia. Ma non solo: negli ultimi anni ha collaborato a livello nazionale con artisti come Tedua e Bresh, fino ad arrivare sul palco dell'Ariston al fianco di Sayf durante l'ultimo Festival di Sanremo. 


Partiamo da te: chi è Giotto? Ed è in qualche modo diverso da Michele?
«Giotto in realtà è un nome d'arte, nasce tanto tempo fa per motivi abbastanza futili, ma poi in una certa maniera si trasforma, nel senso che ha un contenuto legato alla sinestesia, che è un'associazione multimodale dove i campi sensoriali si associano. Per fare un esempio concreto: per me alcune sonorità hanno dei colori specifici, perciò io vivo il giallo, il blu, il rosso, che sono necessariamente associati ad alcune note o ad alcune armonie. Quindi Giotto nasce anche perché sono tanto legato ai colori che per me sono strettamente legati alla musica, vivo colori e suoni alla stessa maniera. La distanza da Michele in realtà non c'è, perché porto la musica sia sui palchi e negli aspetti creativi sia nelle sedute di terapia».


In qualità di compositore ti occupi anche di composizione estemporanea: cos'è? E come funziona? 
«Quella è la mia parte un po' più autentica, e se vogliamo anche un po' il mio punto di forza. Di base la composizione estemporanea è l'improvvisazione, con la differenza che io la intendo proprio come creare un brano ex novo sul momento. Quindi vuol dire creare una canzone, data nel mio caso dal mio strumento, il pianoforte, in assolo, che abbia una struttura, un tema, una ciclicità, e che appunto viene sviluppata sul momento. Questo è anche un po' il mio cavallo di battaglia, che utilizzo sia artisticamente, facendo concerti dove magari improvviso un pezzo partendo, ad esempio, dal racconto del sogno di una persona, sia clinicamente, andando a tradurre in musica esperienze dei pazienti. In quest'ultimo caso ovviamente è un lavoro mirato che ha un obiettivo preciso». 

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Tra le tue prime collaborazioni importanti c'è quella con Tedua. Com'è nato questo sodalizio artistico? 
In una maniera molto naturale. Nel campo discografico ho cominciato a collaborare inizialmente con Chris Nolan, che era il produttore storico di Tedua. Con Chris è nata una collaborazione molto forte, anche un'amicizia, mi vien da dire. Tedua era sempre in studio, quindi ho avuto modo di conoscerlo sia artisticamente che umanamente. Da lì abbiamo deciso di lavorare insieme, ed è una collaborazione che tutt'ora continua sia sul piano dei live sia sul piano compositivo». 


Sei poi approdato sul palco dell'Ariston al fianco di Sayf nell'ultimo Sanremo. Quali emozioni hai provato e com'è stata questa esperienza? 
«Il palco dell'Ariston è la parte più ansiogena della carriera, forse anche più di San Siro, ma questo probabilmente succede perché ha un'aura di un certo tipo. Ci sono approdato con Sayf ma è stato molto strano, perché in realtà io e lui abbiamo iniziato a lavorare ad aprile dell'anno scorso, e all'epoca non era ancora così tanto conosciuto. Abbiamo tirato su un live per l'EP che aveva ed è piaciuto molto, abbiamo avuto anche fortuna che ha avuto una certa viralità. Ha iniziato a far parlare molto di sé, ha una componente performativa importante su cui ha puntato molto, e che secondo me l'ha condotto esattamente dove doveva andare. Da lì poi c'è stato Sanremo ma devo dire che l'ho vissuto bene, senza una pressione eccessiva. È vero che in quegli ambienti la pressione c'è sempre ma credo che l'aspetto più importante, molto più dell'evento in sé sono i legami umani e d'amicizia che si creano». 


Attualmente sei in tour con diversi artisti: ci sono progetti futuri all'orizzonte? 
«Avendo un po' più di tempo quest'anno rientrerò nel campo discografico e tornerò a lavorare in studio, probabilmente sia con Bresh che con Tedua che Sayf, ma vedremo. Poi c'è tutto il lavoro sulla psicologia, rispetto a cui stiamo scrivendo diversi libri e portando avanti anche progetti legati alla musica. Sicuramente continuerò con i miei progetti di concerti di composizione estemporanea, ma in futuro mi piacerebbe tornare nel campo del musical e magari, perché no, scoprire quello dei videogiochi». 


Hai qualche consiglio per gli aspiranti musicisti del domani? 
«Dovete avere una preparazione impeccabile, vedo tanta gente che vuole fare l'artista ma non ha gli strumenti, e per quelli bisogna studiare. Il talento è fighissimo, ma senza studio e applicazione è una cosa fine a sé stessa e destinata a morire. Il secondo consiglio, che è il più importante, è quello di lavorare su sé stessi, perché senza intelligenza emotiva e senza capacità sociale non si andrà lontano». 
 

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