L’uomo vegetale di Luigi Ugolini, l’Uncanny ecologico di Antonia Santopietro Un precursore italiano Pubblicato originariamente…
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L’uomo vegetale di Luigi Ugolini, l’Uncanny ecologico
di Antonia Santopietro
Un precursore italianoPubblicato originariamente in italiano nel 1917 da Luigi Ugolini – scrittore, giornalista e pioniere della narrativa fantastica e d’avventura del Novecento – L’uomo vegetale (The Vegetable Man) si colloca in una fase di profonda transizione per la cultura occidentale. In piena Prima Guerra Mondiale, mentre l’Europa si dilaniava con le tecnologie industriali più distruttive della storia, la letteratura fantastica italiana guardava altrove, ereditando il fascino esotico per le terre inesplorate (l’Amazzonia, il Mato Grosso) e la lezione del gotico e della fantascienza pionieristica. Ugolini è un autore sicuramente di nicchia, ma capace di intercettare le ansie sotterranee di un’epoca: la paura che la natura, a lungo considerata un forziere inerte da saccheggiare, potesse possedere una sua oscura agency e una volontà di rivalsa nei confronti dell’uomo civilizzato.
L’orrore verde: l’Uncanny freudiano e il perturbante ecologicoNel racconto, il botanico brasiliano Dr. Benito Olivares compie la più classica delle hubris coloniali: addentrarsi nella selva imperscrutata della foresta amazzonica per catalogarla, dominarla e possederne i segreti. Ma l’incontro con una pianta anomala, l’Olivaria vigilans, innesca una metamorfosi che trascende il brivido gotico per lambire ciò che Sigmund Freud definì Unheimlich (l’Inquietante o il Perturbante), ridefinito oggi dalla critica come Eco-Uncanny. L’Uncanny si manifesta là dove ciò che dovrebbe essere radicalmente estraneo si svela misteriosamente familiare, o dove il familiare si rovescia nell’ignoto minaccioso. In Ugolini questo cortocircuito tocca vette di puro orrore corporeo e perturbante profondo:
La foresta amazzonica descritta da Ugolini non è un paesaggio cartolinesco, ma un groviglio titanico e soffocante, l’anticipazione letteraria di un iperoggetto (secondo la definizione di Timothy Morton): un’entità ecologica così vasta da sfuggire alla nostra percezione immediata.
Se il racconto rifletteva l’angoscia del primo Novecento – un’orrenda invasione parassitaria contro l’arroganza coloniale – il pensiero contemporaneo ha compiuto una rivoluzione copernicana. Figure come Stefano Mancuso e le riflessioni sul vivente hanno ribaltato la percezione del regno vegetale:
Alla luce di questa svolta fitocentrica, la metamorfosi di Olivares smette di essere una condanna ostile. La pianta non sta distruggendo l’uomo per malvagità, ma lo sta invitando a connettersi a una rete di intelligenza ambientale superiore. Gli ‘occhi umani’ che spuntano sulle foglie nel racconto non sono lo sguardo di un mostro che ci spia, ma il risveglio di una consapevolezza ecologica: la natura ha aperto gli occhi sull’uomo, chiedendogli di riconoscersi come parte di un unico tessuto vivente.
Verso i giorni nostri: la modernità profetica nell’era dell’AntropoceneOggi, nell’era dell’Antropocene e della crisi climatica, la metafora di Ugolini si rivela di una modernità sbalorditiva.
L’uomo vegetale si rivela una pietra miliare dimenticata di un’ecologia della paura e della trasformazione. Ci ricorda, attraverso l’incubo di un botanico trasformato in arbusto, che l’umanità non è padrona della Terra, ma un suo temporaneo inquilino. E che imparare a pensare, a vivere e a respirare con la natura – superando l’orrore dell’ignoto per abbracciare la lezione della senzienza vegetale – è l’unica via per garantire un futuro alla vita sul pianeta.
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