TUTTO LIBRI - La lingua del prendersi cura. Note di lettura su “Crollare bene, illuminarsi meglio (senza meditare alle 4)”
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“Crollare bene, illuminarsi meglio (senza meditare alle 4)” di Jasmina von Büren
Certi libri affidano tutto alle idee. Altri puntano sull’intreccio, sul ritmo narrativo, sull’autorevolezza di chi scrive. Crollare bene, illuminarsi meglio (senza meditare alle 4), invece, sembra fondare la propria identità su un elemento meno evidente: la lingua. Prima ancora dei temi affrontati, è il modo in cui Jasmina von Büren sceglie di costruire le frasi a definire il carattere dell’opera. È una scrittura che rinuncia quasi sempre all’effetto, evita di imporsi sul lettore e preferisce lavorare in sottrazione. Non cerca la frase memorabile a ogni costo; cerca, piuttosto, quella necessaria.
La prima impressione, sfogliando il volume, è quella di trovarsi davanti a una prosa estremamente semplice, ma è un’impressione destinata a esser presto smentita. Dopo alcune pagine ci si accorge che quella semplicità è frutto di una scelta, non di una rinuncia: il lessico è quotidiano, raramente tecnico, privo di parole che abbiano il solo scopo di dimostrare competenza. Termini come gentilezza, presenza, corpo, pace, fiducia, respiro, casa ritornano con naturalezza e costruiscono un vocabolario riconoscibile. Sarebbe facile liquidarli come parole già sentite: eppure, inserite nel contesto del libro, recuperano una densità che spesso, nel linguaggio contemporaneo, sembra essersi consumata.
È interessante osservare anche ciò che l’autrice sceglie di non fare: Jasmina von Büren non ricorre al lessico specialistico della psicologia, pur affrontando temi che potrebbero facilmente condurre in quella direzione, né cita studi per legittimare il proprio discorso. Non utilizza il linguaggio delle neuroscienze, oggi molto presente nella divulgazione sul benessere. Eppure, questa assenza non impoverisce il testo; al contrario, contribuisce a mantenerlo accessibile e coerente con la sua natura.
Anche la sintassi racconta qualcosa: i periodi sono generalmente brevi, costruiti con una struttura lineare che favorisce la lettura lenta. Le subordinate esistono, ma non diventano mai labirinti. La punteggiatura non serve ad accelerare il discorso: lo scandisce, garantendogli un ritmo che infonde tranquillità nel lettore. I punti fermi interrompono il flusso con regolarità, creando pause che ricordano il ritmo della conversazione più che quello dell’oratoria. Quella di Jasmina è una scrittura che concede tempo, in cui ogni frase concede spazio a quella successiva, senza cercare di sovrastarla.
Le ripetizioni, in questo contesto, assumono una funzione particolare. Ritornano parole, immagini, persino alcune costruzioni sintattiche. Non è una distrazione stilistica, ma una precisa strategia compositiva. L’effetto è quello di una progressiva familiarità, dove alcuni concetti non vengono semplicemente spiegati: vengono frequentati.
La stessa logica si ritrova nelle oltre cento affermazioni distribuite lungo il percorso: scritte tutte in prima persona e al tempo presente, evitano accuratamente il tono imperativo. L’autrice non dice al lettore o alla lettrice cosa dovrebbe fare; sceglie invece di prestargli una voce. È una differenza sottile, ma decisiva. Per esempio, una frase come «Non sono rotta. Sono stanca.» colpisce proprio perché rinuncia a qualsiasi spiegazione. In quattro parole modifica la prospettiva da cui osservare un’esperienza che, troppo spesso, viene raccontata esclusivamente come fallimento.
Dal punto di vista retorico, il libro mostra un uso misurato delle figure. Le metafore non servono a impreziosire il testo, ma a renderlo più vivo e tangibile. Il fiore, la casa, il cammino, la luce, il respiro, sono simboli ricorrenti e antichi, quasi universali, che non vengono mai spiegati né caricati di significati esoterici: dietro e dentro di loro, ciascuno può riconoscervi qualcosa di diverso.
Anche il titolo dell’opera merita una riflessione. “Crollare bene” è un’espressione che produce un piccolo attrito linguistico. Il verbo crollare richiama un cedimento, una perdita di equilibrio, mentre l’avverbio bene sembra appartenere a un campo semantico opposto. Accostati, i due termini generano un ossimoro implicito che costringe a fermarsi. Ma non viene negato il crollo; viene messa in discussione l’idea che esso debba necessariamente configurarsi soltanto come una sconfitta.
Sorprende, infine, l’assenza quasi totale di luoghi concreti. Non ci sono città, paesaggi riconoscibili, stanze descritte con precisione, eppure il libro è attraversato da una geografia continua: una geografia interiore, fatta di soglie, ritorni, radici, aperture, spazi da occupare tra le coordinate emotive tracciate da Jasmina von Büren.
Si potrebbe pensare che, in un libro di questo tipo, il contenuto finisca inevitabilmente per prevalere sulla forma, ma qui accade l’opposto. Forma e contenuto si sostengono reciprocamente, fino a diventare quasi inseparabili. La scrittura non illustra il messaggio: lo incarna. Prima ancora di suggerire un diverso modo di guardare a sé stessi, “Crollare bene, illuminarsi meglio” mostra che anche il linguaggio può diventare un gesto di cura: non perché addolcisca la realtà, ma perché sceglie di attraversarla senza violenza.