Il sindaco di Minturno invoca il silenzio mediatico per proteggere Sarah e Alisya. Eppure una voce continua a occupare quasi per intero lo spazio pubblico: quella del padre. In questi giorni Stefano Di Giacinto è intervenuto ripetutamente in televisione e con le agenzie di stampa, raccontando anche aspetti molto intimi del rapporto con la figlia […]
Il sindaco di Minturno invoca il silenzio mediatico per proteggere Sarah e Alisya. Eppure una voce continua a occupare quasi per intero lo spazio pubblico: quella del padre. In questi giorni Stefano Di Giacinto è intervenuto ripetutamente in televisione e con le agenzie di stampa, raccontando anche aspetti molto intimi del rapporto con la figlia maggiore. È naturalmente suo diritto farlo. Ma se davvero l’obiettivo è proteggere Sarah e Alisya dall’esposizione mediatica, il principio non può valere a senso unico. Altrimenti il risultato è che l’opinione pubblica ascolta una sola versione dei fatti, mentre continua a mancare quella delle due persone che di questa vicenda sono le protagoniste.
C’è poi un dato che merita attenzione. A raccontarlo non è la difesa della madre, ma il procuratore di Sulmona. Nella conferenza stampa successiva al ritrovamento ha dichiarato che, quando i carabinieri sono entrati nell’appartamento, «le due sorelle non hanno fatto salti di gioia», si sono chiuse nella stanza in cui vivevano e hanno ripetuto: «Vogliamo stare con mamma». È stato necessario l’intervento di un’assistente sociale per convincerle a uscire.
Se questo è ciò che hanno manifestato le dirette interessate, la domanda diventa inevitabile: perché continuiamo a discutere di loro senza ascoltarle?
Non è soltanto una questione di buon senso. È anche il principio richiamato ieri dalla ministra per la Famiglia Eugenia Roccella intervenendo al convegno Chi decide sui bambini?: «È inutile parlare di superiore interesse del minore se poi non teniamo conto dei suoi desideri, dei suoi sentimenti, delle sue scelte». Un’affermazione sulla quale dovrebbe essere facile trovare un consenso trasversale.
Anche il dispiegamento di forze utilizzato per il recupero lascia interrogativi. Decine di carabinieri, anche in assetto antisommossa, per riportare due adolescenti che, secondo la stessa ricostruzione della Procura, non erano legate, rinchiuse o impossibilitate a muoversi, ma si erano volontariamente nascoste e non volevano essere riportate via.
Infine, il giudice ha disposto la scarcerazione della madre, del nonno e del compagno della madre, applicando l’obbligo di dimora, come richiesto dalla Procura. Il procedimento prosegue e sarà il processo ad accertare le responsabilità. Ma la scelta di non mantenere la custodia in carcere riapre inevitabilmente il dibattito sulla proporzionalità delle misure adottate fin dall’inizio e sull’opportunità di una risposta così fortemente coercitiva in una vicenda che, prima ancora che penale, è una tragedia familiare.
Il punto, però, resta un altro. Se davvero il silenzio serve a proteggere Sarah e Alisya, allora sia un silenzio per tutti gli adulti. E se invece si decide di continuare a raccontare questa storia, non può esserci una sola voce. Perché le uniche che ancora non abbiamo ascoltato sono proprio Sarah e Alisya.