Dalle proteste di Maiorca ai limiti alle crociere a Santorini, il sovraffollamento sta avendo un pensante impatto sulla biodiversità dei fondali. Marevivo denuncia: "Ancoraggi, scarichi e pressione sulle coste accelerano gli effetti del cambiamento climatico"
A Maiorca le proteste contro la pressione turistica hanno portato migliaia di persone in strada. A Santorini il sovraffollamento si prova invece a governare mettendo un tetto agli arrivi dei crocieristi. Capri prova ad accelerare il percorso di istituzione dell'area marina protetta: ne va della salute delle sue baie, assaltata dal diportismo selvaggio. Da Barcellona alle Baleari, negli ultimi anni perfino le pistole ad acqua puntate contro i visitatori sono diventate l’immagine provocatoria di un’insofferenza che attraversa alcune delle destinazioni più desiderate d’Europa. E l’overtourism presenta il suo conto, sempre più salato, qualche metro sotto la superficie. Perché quando una costa deve assorbire in poche settimane milioni di presenze, a essere messi alla prova non sono soltanto strade, case, trasporti e servizi.
A soffrire è il mare
L'ultima denuncia, accorata, arriva da Marevivo, che sposta il dibattito dal disagio delle destinazioni alla salute degli ecosistemi. Perché, denuncia la Fondazione, "la pressione turistica può amplificare un problema già enorme: la vulnerabilità del Mediterraneo alla crisi climatica". Non c'è dubbio, del resto, che un habitat degradato dagli ancoraggi, dagli scarichi o da altre attività umane affronti peggio le ondate di calore, la perdita di biodiversità e l’aumento delle temperature marine. I numeri spiegano la dimensione del fenomeno. Secondo i dati diffusi da Marevivo, circa l’80% del turismo mondiale si concentra nelle aree costiere. Nel 2025 le strutture ricettive dell’Unione europea hanno registrato quasi 3,1 miliardi di pernottamenti, oltre il 61% dei quali in appena quattro Paesi: Spagna, Italia, Francia e Germania.
Posidonia oceanica a rischioMa a pesare non è soltanto la quantità. È soprattutto la concentrazione. Oltre il 31% dei pernottamenti turistici europei cade nei soli mesi di luglio e agosto. In Grecia la quota raggiunge il 41,6%, in Croazia supera il 54%. L’Italia, con quasi 477 milioni di pernottamenti nel 2025, è il secondo Paese europeo per presenze dopo la Spagna. Milioni di persone che arrivano dunque negli stessi luoghi proprio nel periodo dell’anno in cui coste e mare sono sottoposti alle temperature più elevate. Ed è qui che l’overtourism smette di essere soltanto una questione di spiagge affollate, traffico o prezzi alle stelle. Sott’acqua uno dei simboli di questa pressione è, senza dubbio, la Posidonia oceanica. Le sue praterie sono tra gli habitat più importanti del Mediterraneo, ma nelle baie ad alta frequentazione nautica possono essere danneggiate dagli ancoraggi indiscriminati. E il problema non si esaurisce nella perdita di habitat: secondo Marevivo, le praterie già degradate risentono maggiormente delle ondate di calore rispetto a quelle rimaste integre.
Giugni: "Cambiare paradigma"
È un effetto domino: agli ancoraggi si sommano altre pressioni antropiche, dalla pesca a strascico all’intensificazione delle attività costiere. A terra, intanto, località abitate per buona parte dell’anno da poche migliaia di persone possono vedere moltiplicarsi la propria popolazione nel giro di alcune settimane. Crescono i consumi, la produzione di rifiuti, gli scarichi e la domanda di depurazione. Quando gli impianti non sono adeguati ai picchi stagionali o non funzionano correttamente, il maggiore apporto di nutrienti nelle acque, associato alle alte temperature del mare, può favorire la comparsa e la persistenza delle mucillagini. L’incremento degli scarichi reflui e dei rifiuti contribuisce inoltre a peggiorare la qualità delle acque, aggiungendo un ulteriore fattore di stress a ecosistemi già messi alla prova dal riscaldamento globale. "Il futuro del turismo nel Mediterraneo dipende dalla salute del Mediterraneo stesso. - sottolineaRosalba Giugni, presidente di Marevivo - Il problema non è il turismo, che rappresenta una straordinaria opportunità di crescita economica, culturale e sociale. Il problema è un modello di fruizione del territorio che concentra milioni di persone negli stessi luoghi e negli stessi periodi dell’anno, esercitando una pressione sempre maggiore su ecosistemi già fragili. Oggi dobbiamo scegliere da che parte stare: se tra coloro che continuano ad alimentare questa pressione o tra coloro che si impegnano concretamente per costruire un turismo capace di rispettare e proteggere il patrimonio naturale da cui dipende il suo stesso futuro. Solo un Mediterraneo in salute potrà continuare a sostenere il turismo, l’economia e il benessere delle comunità che vivono di mare".
Il successo di un paradiso può diventare una minaccia
E c'’è un luogo che, per la Fondazione, racconta bene questo paradosso. È Sataya, in Egitto, area del Mar Rosso dove i delfini trovano rifugio, nutrimento e spazi per la riproduzione e che, proprio grazie alla loro presenza, è diventata una meta sempre più frequentata. Durante la Conferenza delle Nazioni Unite sull’Oceano di Nizza del 2025 Marevivo ha denunciato i costi nascosti di questa forma di turismo: imbarcazioni e gruppi di visitatori finiscono per circondare i cetacei e invadere proprio quell’habitat che costituisce la principale attrazione del luogo. È il cortocircuito dell’overtourism applicato alla natura: il successo di un paradiso può diventare una minaccia per ciò che lo ha reso famoso.
Le risposte indicate da Marevivo sono concrete: sistemi di ormeggio con boe per evitare che le ancore danneggino le praterie di Posidonia, depuratori capaci di sostenere i picchi estivi, una gestione più efficace degli scarichi reflui e dei rifiuti e, più in generale, una riduzione delle pressioni sugli habitat marini. La Fondazione promuove inoltre la campagna “Plastic Free e non solo”, un programma rivolto a porti turistici, approdi, alberghi e stabilimenti balneari che prevede la riduzione della plastica monouso e una gestione più responsabile delle risorse e dei rifiuti. La questione, alla fine, obbliga a ribaltare la domanda. Non si tratta soltanto di stabilire quanti turisti possa sopportare una destinazione. In un Mediterraneo che si scalda bisogna capire quanta pressione possano ancora sopportare gli ecosistemi che rendono quelle destinazioni desiderabili. Perché le folle, a settembre, se ne vanno. Le ferite lasciate sul fondo del mare molto più lentamente.
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