Dovendo fare un bilancio di fine stagione, gli aggettivi che si potrebbero utilizzare per definirla sono diversi: tragica, farsesca, bizzarra, drammatica. Nessun conflitto si è concluso e diversi nuovi si sono aperti. Il mondo intero è impegnato in una corsa al riarmo, si sacrificano quote consistenti del bilancio sull’altare della Difesa, spesso senza sapere da […]
Dovendo fare un bilancio di fine stagione, gli aggettivi che si potrebbero utilizzare per definirla sono diversi: tragica, farsesca, bizzarra, drammatica. Nessun conflitto si è concluso e diversi nuovi si sono aperti. Il mondo intero è impegnato in una corsa al riarmo, si sacrificano quote consistenti del bilancio sull’altare della Difesa, spesso senza sapere da chi bisogna difendersi. La guerra è cambiata radicalmente, gli scontri sul campo tra esseri umani sono stati in larga parte sostituiti dal ricorso sistematico ai bombardieri, missili e soprattutto droni, e si sono perfino visti in azione i primi robot-soldati. L’agenda politica è stata monopolizzata dai capricci del presidente degli Stati Uniti. In ordine sparso, l’elenco dei Paesi minacciati o aggrediti dall’inquilino della Casa Bianca è lungo: Canada, Cuba, Venezuela, Colombia, Nigeria, Somalia, Iran, senza dimenticare le mire sulla Groenlandia. Gli alleati svillaneggiati da dichiarazioni estemporanee o post sui social network invece non si contano, non soltanto leader politici come Sánchez, Starmer o Meloni, ma anche istituzioni come l’Unione Europea, la NATO e le stesse Nazioni Unite: un delirio auto-isolazionista che non ha portato alcun vantaggio economico ai cittadini statunitensi. I quali, anzi, avevano votato Trump per la sua promessa di lasciar perdere la politica estera e far così tornare gli USA all’età dell’oro.È una visione del mondo miope e antiquata, perché la politica estera non può più avere come strumento di riferimento la guerra, né nella sua declinazione militare né in quella commerciale: oggi le relazioni internazionali si basano più che mai su interessi comuni, sulla costruzione di filiere commerciali e di rifornimento, sull’impegno condiviso per evitare shock che possano incidere sui mercati. In quest’ultimo anno, infatti, abbiamo visto all’opera da un lato la vecchia politica delle cannoniere e dei dazi punitivi, che non ha prodotto altro che danni; e dall’altra la nuova politica di relazioni portata avanti dalla Cina e anche dall’Unione Europea, impegnate a tessere una tela di rapporti tra Stati che, partendo dall’economia, diventano politici.
Abbiamo avuto, quindi, un mondo su due livelli. Il primo è quello spettacolare delle guerre e delle minacce, che ha trainato l’informazione e generato traffico sui social con una produzione di fake news e falsi contenuti multimediali realizzati con l’Intelligenza Artificiale. L’altro livello, poco avvincente e molto meno seguito, ci riporta invece alla normalità: per quanto ne pensino i teorici MAGA, il mondo è diventato interdipendente e nessuno Stato può sottrarsi alle relazioni con gli altri. È la grande eredità lasciata dall’ondata di globalizzazione degli anni Novanta che, piaccia o no, ha cambiato il mondo. L’attuale stagione dell’IA e della robotica non potrebbe esistere senza il consolidamento delle filiere di materie prime essenziali quali terre rare, litio, cobalto, rame: senza, saremmo ancora ai telefonini senza internet. Risorse che vengono estratte come se fossero rinnovabili, ma non lo sono. Capire i mutamenti, individuare i fili che collegano il mondo, sviscerare i conflitti per cercare le cause restano sempre i pilastri del giornalismo di Esteri. Se in passato le cose lontane interessavano soltanto agli studiosi, oggi il concetto di lontananza è superato: qualsiasi cosa accada nel mondo, ne registriamo le ricadute sulla nostra vita quotidiana quasi in tempo reale.
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