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OPINIONI CONTRO – Oltre i populismi e i falsi sovranismi: il pensiero di Gabriele Adinolfi sulla rivoluzione silenziosa

Дата публикации: 07-08-2026 15:47:48

L’intervista pubblicata su Breizh-info Il panorama politico e culturale contemporaneo appare sempre più dominato da polarizzazioni estreme, slogan urlati nei “ghetti virtuali” del web e da un populismo incapace di offrire prospettive reali. In questo scenario di transizione, in cui si ridefiniscono i prioritari rapporti sociali e internazionali, si inserisce la riflessione di Gabriele Adinolfi,...
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L’intervista pubblicata su Breizh-info

Il panorama politico e culturale contemporaneo appare sempre più dominato da polarizzazioni estreme, slogan urlati nei “ghetti virtuali” del web e da un populismo incapace di offrire prospettive reali. In questo scenario di transizione, in cui si ridefiniscono i prioritari rapporti sociali e internazionali, si inserisce la riflessione di Gabriele Adinolfi, intellettuale e saggista di lungo corso, fondatore di Terza Posizione e figura storica del panorama nazional-rivoluzionario italiano.

Adinolfi ha recentemente approfondito questi temi in un’intervista rilasciata alla rivista bretone online Breizh-info, in occasione dell’uscita della versione francese del suo libro La rivoluzione è come il vento (pubblicato con il titolo La révolution silencieuse). Un’analisi lucida e tagliente che spazia dai limiti dei populismi europei alla necessità di un radicalismo profondo, fino a una rilettura non convenzionale dell’Unione Europea e delle dinamiche geopolitiche globali.

La crisi dei populismi e lo “stupidismo binario”

Uno dei nodi centrali dell’intervista riguarda il modo in cui vengono percepite le tensioni e i riassestamenti naturali della società. Secondo Adinolfi, la realtà viene costantemente impoverita da una logica binaria e antagonista, alimentata dal regno dei social media. Si sceglie sempre tra bianco e nero, azzerando la capacità di articolare un pensiero complesso in favore di slogan rabbiosi e isterici.

Il bersaglio polemico dell’autore sono i partiti populisti moderni, definiti “analfabeti economici” e ignari dei processi storici e civili. Movimenti che si nutrono di accuse semplicistiche e di contrapposizioni artificiose tra popolo ed élite, senza tuttavia saper indirizzare strategicamente la protesta. Un cortocircuito ben visibile in Europa, come nel caso paradossale di Alternative für Deutschland (AfD) in Germania, dove forze che si ergono a paladine identitarie finiscono per incarnare contraddizioni stridenti. L’esperienza italiana del governo “giallo-verde”, citata da Adinolfi, viene bollata come emblematica di una protesta che, una volta chiamata a governare, si rivela priva di senso e di visione, incapace di produrre riforme strutturali.

Radicalismo contro estremismo: il valore del radicamento

Rispondendo alle sollecitazioni della stampa bretone, Adinolfi compie una distinzione fondamentale tra estremismo e radicalismo. Sull’esempio di Lenin — che considerava l’estremismo la malattia infantile del comunismo —, l’autore definisce l’estremista come colui che fa il “buffone” o il fanfarone, guidato da frustrazione, rancore e disperazione, incapace di individuare il vero nemico e privo di alternative ideali da contrapporre nel quotidiano.

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All’opposto si colloca il radicale: colui che ha radici, le coltiva e lavora concretamente a partire da esse. Essere radicali non significa alzare la voce, ma costruire realtà solide e sfidare il monopolio del deep power (quel potere profondo che trascende le istituzioni elettive e i governi di passaggio). Chi si radica non fa rumore, ma consolida presidi culturali e comunitari resistendo controcorrente.

Capitolo di grande attualità è quello dedicato all’Unione Europea. Contro la retorica euroscettica e sovranista che dipinge Bruxelles come una gabbia calata dall’alto per distruggere le nazioni, Adinolfi ribalta la prospettiva: la costruzione europea riflette esattamente le condizioni e i limiti dei singoli Stati membri e delle loro classi dirigenti, affette da un “AIDS spirituale e culturale”.

L’autore non si definisce un difensore dell’attuale modello europeo — che anzi punta a superare, non a smantellare —, ma invita a distinguere tra la dinamica dell’integrazione, giudicata storicamente positiva per emanciparsi dalla subalternità geopolitica sancita a Jalta nel 1945, e le storture tecnocratiche. Il sovranismo viene così bollato come un’utopia sterile e uno strumento di sabotaggio a favore di centrali esterne nemiche della civiltà europea. Anche sulle sanzioni alla Russia e sulle scelte economiche e industriali, Adinolfi invita a guardare oltre i facili complottismi, richiamando l’attenzione sulle grandi faglie globali, come l’ascesa economica asiatica e il declino demografico dell’Occidente, che impongono una visione strategica di ampio respiro e un multiallineamento capace di andare oltre i confini asfittici dei trattati tradizionali.

la rivista:

Fondata nel 2013 e diretta da Yann Vallerie, Breizh-info è una rivista online e un web-media quotidiano indipendente radicato in Bretagna. Nato con l’intento di coprire l’attualità locale, regionale, nazionale e internazionale, il portale si propone come uno spazio di informazione alternativa e generalista, focalizzando spesso la propria attenzione su temi di dibattito politico, sociale e culturale e offrendo ampie tribune di interviste e approfondimenti con intellettuali e figure del panorama pubblico europeo.

l’intervista completa

Intervista alla rivista bretone online Breizh-info sul libro La révolution silencieuse, versione francese di La rivoluzione è come il vento

1 Breizh-info.com: Lei scrive: «Stiamo assistendo a dei riassestamenti naturali, che non sono immediatamente, né necessariamente, politici», pur evocando «il rischio di una logica binaria e antagonista che manipola questo impulso per trasformarlo in un dualismo paralizzante, nel quale i suoi protagonisti si neutralizzano a vicenda». Cosa intende dire?

Semplicemente che la realtà non è mai stata rozza e manichea come la si rappresenta oggi nel regno dei social e del web, in cui si opta sempre per bianco o nero e non si prova più ad articolare un pensiero che non sia un insieme di slogan rabbiosi ed isterici. Questo lo possiamo tranquillamente registrare nei partiti populisti che si nutrono di accuse semplicistiche, di battute da avanspettacolo e propongono assurde contrapposizioni tra popolo ed élite, ignare totalmente di ogni processo storico e civile, nonché analfabete economiche. Perciò incamerano una protesta che non riescono mai a indirizzare strategicamente alla quale però assegnano delle tinte profetiche in un quadro d’Apocalisse, quasi si trattasse di una espressione alla Woody Allen del popolo eletto durante la cattività.

Non forniscono alcuna soluzione reale, né alcuna prospettiva, all’indignazione e all’esasperazione generale e, anzi, le asserviscono a quanto dovrebbero scalfire.

Basti pensare al grottesco caso di AfD in Germania. Laddove una politica e una cultura sono in crisi per il woke, a guidare il populismo troviamo una lesbica sposata con un’immigrata, che fa politica Lgbt e per Israele, è nostalgica della Stasi e sostenuta dagli americani! Non è che in Francia si sia a quel livello, ma anche qui c’è da sorridere se non vogliamo cadere nel tragico.

Noi viviamo in un momento di passaggio che influisce sia nelle culture e nel sociale delle nostre nazioni, sia nei rapporti internazionali. Ma, sulla base dello stupidismo binario e del semplicismo demagogico, tutto questo viene sperperato disastrosamente e proprio quando ci sono milioni di voti che confluiscono in qualcosa che però si scopre non avere più senso dal momento stesso che è chiamato ad operare.

Il disastro del governo “giallo-verde” in Italia è emblematico, ma mi pare che non abbia insegnato molto. Non servono demagoghi ma quadri che sappiano riformare se non rivoluzionare. Il problema è che si pensa soltanto a ululare e a sbraitare e ci si accontenta di darsi ragione reciprocamente in autentici ghetti virtuali.

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2 Breizh-info.com: Lei contrappone l’estremismo al radicalismo e alla rivoluzione. In un Paese come la Francia, dove purtroppo il termine radicalismo è spesso associato quasi esclusivamente all’islamismo, si rende necessaria una breve precisazione. Potrebbe chiarire questo punto ai nostri lettori?

Radicale è chi ha radice, mette radici e lavora a partire dalle radici. L’estremista è qualcuno che ama fare il fanfarone, strillare, fare in qualche modo il buffone. Per Lenin l’estremismo era la malattia infantile del comunismo e di sicuro non possiamo accusare Lenin di essere un moderato!

Peraltro lo stesso estremismo è di diverse qualità. Se vi è coscienza di qualcosa che ha determinato un pensiero, quando lo si estremizza, si fanno danni ma relativi. Ma se l’estremismo non si basa su principi fondanti diventa esagitazione.

Un esagitato contro quello che nella costruzione mentale sua e del suo ghetto considera la causa di tutti i mali e che ritiene che debba essere rimosso, è solo qualcuno che si agita e si mangia il fegato per la propria impotenza cronica perché non ha mai la visione corretta del nemico, non conosce nulla del campo d’azione ma, soprattutto, non ha alcuna alternativa ideale ed esistenziale da contrapporre – tutti i giorni e non in un ipotetico domani – è niente, è un “anti” ma non è.

Non è un caso se ogni discussione in questa destra terminale si basa sulla questione di chi è il vero nemico. Nessuno sa più chi è lui, a quale tradizione risponde, né ha prospettive creative.

Ed è la ragione per cui quella che definisco “destra terminale” negli ultimi decenni vive di frustrazioni, di rancore, di acidità e di disperazione.

Forse potremmo dire che la sua caratteristica fondamentale è l’infelicità.

Radicarsi significa molte altre cose, tutte positive. Anche esorcizzare lo spettro del “deep power”, questa scoperta recente del populismo che stranamente ignora essere esistito da sempre ed essere molto più importante delle istituzioni intercambiabili per via elettorale. Essere radicali non è soltanto rappresentare un’altra forma ideale, ma costruire realtà solide e articolate nella realtà quotidiana e sfidare così il monopolio altrui nel “deep power”.

Chi si radica non fa chiasso ma consolida. Ovviamente chi non ha altri riferimenti se non le apparenze, non sa che esistono diverse realtà nazional-rivoluzionarie molto ben radicate nel mondo che le circonda e attive controcorrente. Ne parlo nel mio libro.

3 Breizh-info.com: «I difetti, i limiti, le distorsioni, così come le potenzialità di Bruxelles, sono determinati da tutti noi, e non il contrario.» In contrasto con i discorsi sovranisti ed euroscettici, lei sostiene che la costruzione europea sia il riflesso delle politiche nazionali e l’espressione delle classi dirigenti di ciascun Paese. I cittadini, dunque, sbagliano a considerare questa costruzione una sovrastruttura che impone le proprie direttive senza un reale coinvolgimento democratico?

A parte il fatto che il processo storico della UE nasce nel 1940 e, contrariamente a quanto dichiarano i sovranisti, è sempre stato contrastato dagli americani, non è che la mia sia un’affermazione filosofica. La Commissione a Bruxelles è votata dal Parlamento europeo e il Parlamento europeo è votato dagli elettori dei paesi europei. Quindi esso riflette tutte le condizioni nazionali con tutti i loro limiti e le loro distorsioni.

Che poi ne diventi una specie di altoparlante non significa che quello che trasmette non venga direttamente da chi lo impugna, che sono i singoli sistemi nazionali europei, con le loro borghesie malate di AIDS spirituale e culturale che non viene dalla UE ma che ci si riversa, così come ovunque.

La favoletta per la quale non si sa bene chi (lo so che alcuni dando di gomito e facendosi l’occhiolino “sanno” di chi si tratta: è così comodo…) avrebbe costruito la UE per distruggere le nazioni è priva di qualsiasi fondamento. Come spiego nel libro, dobbiamo poi distinguere tra la dinamica – che per me, da sempre, è più che positiva – e il modello che è da rivoluzionare.

Ma pretendere che a causa di un modello che non gradiamo, non vada bene la dinamica europea e, peggio ancora, l’appartenenza europea, è come dire che, se a qualcuno non piace la V Repubblica, egli dovrebbe uscire dalla Francia o distruggerla. E questo senza calcolare poi l’aspetto storico e politico che fa di questa dinamica ciò che ha permesso di superare almeno in parte la condizione di servitù inflittaci a Jalta dal 1945 e che fa dell’utopia sciocchina del sovranismo uno strumento di sabotaggio nelle mani delle centrali nemiche della nostra civiltà.

4 Breizh-info.com: L’Unione europea è spesso percepita come un’istanza decisionale distante, se non addirittura dannosa, le cui decisioni hanno fortemente indebolito le strutture industriali nazionali. È il caso, ad esempio, delle sanzioni economiche considerate da molti autolesionistiche imposte alla Russia, che hanno colpito duramente le imprese provocando un drastico aumento dei costi energetici. Nel suo libro, al contrario, lei elenca i progressi, i programmi e i partenariati realizzati nell’ambito dell’Unione europea. Non rischia di essere un po’ troppo sbrigativo?

Ribadisco che non sono un difensore del modello UE e sono per il suo superamento. Superamento, non smantellamento.

A parte le sanzioni alla Russia che, dal punto di vista economico ed energetico, possono essere lette in diversi modi, ma da quello politico rappresentano il minimo indispensabile di quello che andava fatto, si continua a confondere le decisioni economiche delle cosiddette élites come se dipendessero da capricci o da complotti.

Ci sono purtroppo in gioco le leggi del capitalismo e noi tutti stiamo subendo – altra cosa che spiego nel libro – l’ascesa asiatica nonché il nostro declino demografico. Alcune scelte che anche a me sembrano scellerate, in particolare quelle industriali, se vengono fatte così non è perché ci sia una decisione dirigistica europea, ma proprio perché questa fa difetto.

Sempre nel mio libro, quando faccio notare che tra le due grandi linee di faglia ve n’è una che rimette in gioco alcuni “players” nel multiallineamento e che quindi è a noi in qualche modo favorevole, grazie anche alle scellerate aggressioni russe all’Ucraina e al Sahel compiute con ampio beneplacito americano, ha rimesso in moto un protagonismo europeo che si sviluppa parallelamente alle istituzioni e aggirando i trattati. Dimostrando così che si deve andare oltre l’Unione Europea, ma, soprattutto, dimostrando che le strade americana ed europea sono oggettivamente divergenti.

5 Breizh-info.com: Lei auspica una trasformazione profonda dell’Unione europea, senza «demolirla né sabotarla». Ma, con sistemi democratici ormai completamente bloccati ermeticamente, come potrebbero affermarsi nuove classi dirigenti?

Non esistono né sono mai esistiti sistemi che non siano “bloccati ermeticamente” eppure cambiano tutti per la forza delle cose, per la crisi spirituale e culturale dei loro amministratori, per il risveglio vitalistico di avanguardie nelle popolazioni.

Sono sintomi che intravedo. Bisogna essere in grado di respirare con il proprio tempo, di captare quello che c’è come risveglio, senza applicare schemi mummificati e andando oltre i riflessi condizionati.

Anche su questo punto ravvedo il crollo di un’area nella logica della destra terminale. Si accusano i sistemi che non ci piacciono di non essere democratici e si cerca una specie di purezza democratica, che non solo non è mai esistita ma che è un’aberrazione.

Non è così che si compete, ma molto più in profondità. Come fare? Non sono un visionario, ma alcune cose le ho ben chiare e per parte mia contribuisco a farle. Ancora, nel mio libro, gli esempi pratici non mancano affatto. E credo che sia la parte più interessante dello scritto, anche se è quello del quale meno mi si chiede.

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6 Breizh-info.com: I suoi detrattori le rimproverano una forma di «russofobia». Affermando che le critiche alla NATO si fondano su delle «mistificazioni» e definendo la Russia una potenza «antieuropea», storicamente ostile alle nostre libertà, non rischia di sottovalutare l’imperialismo americano all’interno dell’Alleanza Atlantica?

Ma è proprio l’opposto! Chiunque mi abbia ascoltato o letto, fin dal 24 febbraio del 2022 non può non aver colto che la mia accusa alla Russia è quella di essere il collega minor e il Reparto Celere degli americani!

Sono i russi che hanno rianimato la NATO e l’hanno fatta allargare, sono loro che hanno tagliato i ponti con noi e non viceversa.

Non è colpa mia se la storia non insegna niente e se quasi nessuno si sofferma a cogliere gli elementi e a collegare i dati.

Capisco che per un’area che non ha idee proprie ma solo delle contro-idee, avere uno sponsor, magari anche che li finanzia con qualche spicciolo, come la Russia, è molto comodo. Ma se invece di leggere quello che dicono i propagandisti settoriali come Dugin (girandosi però dall’altra parte quando sostiene che gli africani sono meglio degli europei) seguissero la propaganda ufficiale del Cremlino e le decisioni politiche che prende, non potrebbe più essere filo-russa.

Basti pensare all’esaltazione dell’immigrazione subsahariana che è stata accompagnata dall’abolizione in Niger, non appena caduto sotto influenza russa, del reato di traffico di uomini, il che è stato accompagnato dalle dichiarazioni ufficiali di Lavrov e dello stesso Putin sugli europei da punire per i crimini coloniali e sulla necessità dell’avvento, da noi, della civiltà perfetta che, a detta loro sarebbe meticcia.

Che i russi non abbiano mai avuto per nemici gli americani – che riforniscono peraltro di uranio per le loro bombe atomiche – è più che evidente, come lo è che il loro nemico dichiarato siamo noi europei. Non la UE, l’Europa. Il Cremlino ha precisato che si tratta dell’Europa degli ultimi cinquecento anni e ci ha aggiunto perfino le Crociate.

Ma c’è di più. Si è volutamente ignorata ogni dichiarazione e ogni scelta israeliana che, fin dal primissimo giorno del conflitto, sono state regolarmente filo-russe e non si è capito che esiste una catena di potere, erede di quella di Jalta, che tiene assieme centrali americane, russe e israeliane, che sono tutte in primo luogo e fanaticamente contro l’Europa.

Rigiro la critica ai filo-russi: non lo capite che state sostenendo proprio voi l’imperialismo americano?

7 Breizh-info.com: Lei rileva la mancanza di una solida spina dorsale ideologica e di una formazione adeguata all’interno dei movimenti populisti e identitari, e deplora il fatto che la consapevolezza dottrinale sia stata sostituita da una sorta di istinto. È difficile darvi torto, ma come porvi rimedio?

La tentazione che mi viene di getto è: andare da uno psichiatra. Perché dal momento della caduta del Muro di Berlino, quando tutto ci ha dato ragione, si è preferito l’antagonismo chiacchierone a qualsiasi protagonismo e questo non è un problema ideologico ma un preoccupante sintomo psichico.

Se si cancellasse tutto quanto è stato affermato in una certa area dal 1990 in poi, non sarebbe male: perché è quasi tutto una sorta di virus portatore di immunodeficienza.

Poiché però vedo in tante nazioni di Europa dei giovanissimi con la mente fresca, lo spirito giusto e capaci di orientarsi verso i fondamentali della nostra civiltà nonché della tradizione storico-politica che dovrebbe essere nostra non solo nei tatuaggi, sono diventato ottimista. Ma si deve comunque operare su di sé per uscire dal torpore acido che ci siamo imposti.

Anche a questo ritengo di aver dato una risposta nel mio libro. Non sto facendone la promozione, che mi ripugna, è soltanto che dovrei fare dei copia-incolla e alla fine l’intervista verrebbe lunghissima.

8 Breizh-info.com: Lei è solito dire che il nostro peggior nemico siamo noi stessi. Tuttavia, il suo libro, lungi dall’essere una semplice constatazione delle nostre debolezze, è anche un messaggio rivolto alle nuove generazioni di militanti e a coloro che sono destinati a diventarlo. Una parola conclusiva per loro?

In realtà non mi sto rivolgendo alle giovani generazioni, sto cercando di riceverne il messaggio che, magari in modo sottile, ma c’è, e spesso è positivo. Quando incontro i giovani alle mie conferenze, molti liceali ma perfino di tredici o di quattordici anni, sono solito dir loro che li hanno salvati proprio i social, che si sono sviluppati dividendo le generazioni che, usandone alcuni e non altri, s’ignorano completamente, perché noi con la nostra pesantezza, la nostra acidità e il nostro disfattismo cosmico non abbiamo potuto deformarli.

A me fa piacere contribuire alle loro autonome e singole crescite con la mia esperienza, ma è il loro messaggio, concreto, che voglio percepire, molto più che lanciarne io.

Una rivoluzione silenziosa si fonda innanzitutto sul saper ascoltare, e sul vibrare insieme, non sulla presunzione d’indottrinamento di chi non ha mai l’onestà e il coraggio per mettersi continuamente in causa.

Dobbiamo uscire dal mentale e dall’esistenziale fossile che si è imposto a noi nello stadio terminale.

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