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Per fermare la denatalità serve un mondo a misura di donna

Дата публикации: 13-09-2026 11:55:58

Donne | “Io non sono una scrittrice. Sono una femminista radicale”. Alessandra Bocchetti lo ha precisato subito, contestando la definizione scelta per lei nella locandina del Tempo delle Donne. E non era una questione di etichette. Era già, in qualche modo, l’inizio del nostro incontro. Perché definirsi femminista significa rivendicare una storia politica, una pratica, […]

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Monica Ricci Sargentini, Alessandra Bocchetti, Paola Di Nicola Travaglini, Eugenia Roccella e Marina Terragni al Tempo delle Donne

Monica Ricci Sargentini, Alessandra Bocchetti, Paola Di Nicola Travaglini, Eugenia Roccella e ...

Donne |

“Io non sono una scrittrice. Sono una femminista radicale”.

Alessandra Bocchetti lo ha precisato subito, contestando la definizione scelta per lei nella locandina del Tempo delle Donne. E non era una questione di etichette. Era già, in qualche modo, l’inizio del nostro incontro. Perché definirsi femminista significa rivendicare una storia politica, una pratica, uno sguardo sul mondo. E soprattutto ricordare una cosa che rischiamo di dimenticare: le libertà delle donne non sono semplicemente accadute. Qualcuna le ha pensate, combattute e conquistate.

È da qui che siamo partite a Milano, nell’incontro Le tappe per la libertà, che ho avuto l’onore di moderare insieme a quattro persone che hanno speso gran parte della loro vita nella lotta per la libertà femminile: Alessandra Bocchetti, figura storica del femminismo italiano; Paola Di Nicola Travaglini, magistrata e autrice del nuovo libro Era tanto un bravo ragazzo; Eugenia Roccella, ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità, che ha iniziato il suo percorso femminista negli anni Settanta; Marina Terragni, giornalista, femminista radicale, fondatrice di RadFem Italia e del sito  Feminist Post, oggi Autorità Garante dell’Infanzia e dell’adolescenza.

Quasi ottant’anni di storia delle donne, ma con gli occhi puntati sul presente.

Nel 1947, mentre l’Assemblea Costituente scriveva la Carta, veniva affermato il principio dell’uguaglianza senza distinzione di sesso. Eppure il delitto d’onore e il matrimonio riparatore sarebbero sopravvissuti fino al 1981. E abbiamo dovuto aspettare il 1996 perché la violenza sessuale fosse finalmente considerata un reato contro la persona.

Come è possibile che una disuguaglianza così macroscopica possa restare invisibile anche quando la legge proclama l’uguaglianza?

Paola Di Nicola ha dato una risposta che dice molto anche del presente:

«L’aula di giustizia non è altro che la rappresentazione di quello che accade fuori da essa».

La toga non ci rende impermeabili alla cultura nella quale viviamo. Per questo il diritto deve imparare a vedere uomini e donne, bambini e bambine, e a riconoscere gli stereotipi che ancora oggi possono entrare nelle sentenze e nei tribunali.

Bocchetti ha ricordato da dove è arrivata la forza capace di rompere quell’invisibilità: dal femminismo. Ci sono voluti sedici anni di battaglia perché lo stupro diventasse un reato contro la persona. Sedici anni perché una donna venisse riconosciuta, anche dal diritto penale, innanzitutto come persona. Le conquiste che oggi ci appaiono scontate, dunque, non lo erano affatto. Sono diventate tali perché le donne hanno smesso di considerare naturale ciò che naturale non era.

“La cosa fondamentale – spiega Bocchetti – è che le donne si sono accorte che il patriarcato è un sistema e che queste radici non sono radicate nel sacro nell’adilà e neanche nella natura ma che il patriarcato è un sistema culturale, umano e quindi in quanto tale si può cambiare. Non so se hanno la forza per farlo domani ma averlo capito è una cosa immensa”.

Le donne, dice Bocchetti, sono potenza e quella potenza può manifestarsi anche attraverso un rifiuto. Come sta succedendo con la denatalità:

“È la più grossa critica politica che una donna può fare a questo sistema. Se le donne non fanno più figli, forse bisogna smettere di domandarsi soltanto come convincerle a farli e cominciare a chiedersi quale società abbiamo costruito intorno a loro”.

Su questo punto Eugenia Roccella ha raccolto il filo portandolo dentro le istituzioni. Dalla legge sulla violenza sessuale al Codice Rosso fino al riconoscimento del femminicidio, il diritto ha progressivamente imparato a nominare una violenza specifica: quella esercitata sulle donne anche quando cercano di sottrarsi al possesso e al controllo maschile.

Ma la sfida non è soltanto reprimere la violenza.

Roccella ha detto qualcosa che riguarda il cuore stesso dell’emancipazione: non basta permettere alle donne di entrare in un mondo costruito dagli uomini chiedendo loro di adattarsi al modello maschile. Quel mondo va cambiato.

Gravidanza, maternità, allattamento, cura non possono essere considerate incidenti di percorso rispetto alla vita “normale” del lavoro e della società. “Noi dobbiamo costruire qualche cosa a misura nostra”.

Ed è proprio sulla libertà di essere madri che Marina Terragni ha posto una delle domande più radicali dell’incontro.

Dopo secoli in cui la maternità è stata un destino, abbiamo conquistato il diritto di non essere madri. Ma abbiamo costruito anche le condizioni per essere liberamente madri?

Terragni ha citato il congelamento degli ovociti. Una tecnica preziosa quando serve a preservare la fertilità di una giovane donna che deve affrontare cure mediche. Ma se una donna sana sente di dover congelare i propri ovociti perché lavoro, precarietà, tempi della vita e solitudine le impediscono di avere un figlio quando biologicamente potrebbe averlo, allora il problema non è il suo corpo.

“Qui non c’è una malattia, ma una società ammalata”.

E poi c’è un’altra frontiera della libertà femminile sulla quale Terragni ci ha chiesto di non voltare lo sguardo: il velo, l’Islam, le pressioni culturali e religiose sulle donne. Ha usato la figura simbolica di una ragazza, Aisha, per porre una domanda difficile: come stare accanto a una donna che rivendica il velo come scelta senza rinunciare a ciò che noi consideriamo libertà femminile?

Infine siamo arrivate ai giovanissimi.

Abbiamo mostrato i dati di una ricerca sui ragazzi italiani tra i 18 e i 34 anni: soltanto il 47 per cento dei maschi considera sempre inaccettabile controllare abitualmente il telefono e i social della propria compagna e proibirle di frequentare determinate persone.

Questo ci dice, come ha affermato Roccella “che il progresso non è inevitabile”. Che si può regredire come è successo alle donne in Iran e in Afghanistan. Ma  la storia italiana dimostra che il cambiamento può essere costruito. Come è successo quando le donne hanno visto un’ingiustizia che il resto della società considerava normale. Quando hanno trovato le parole per nominarla. Quando una questione relegata alla famiglia, alla morale, alla camera da letto è diventata una questione politica. E quando quella forza è riuscita infine a cambiare anche la legge.

Di Nicola ci ha mostrato quanto profondamente la cultura possa entrare nel diritto. Bocchetti ci ha ricordato la potenza politica che ha saputo cambiarla. Roccella ci ha detto che quella differenza deve entrare anche nelle istituzioni e nell’organizzazione della società. Terragni ci ha portato davanti alle nuove contraddizioni che la libertà femminile deve avere il coraggio di affrontare.

Quattro donne, storie e sensibilità diverse. E un messaggio che alla fine mi è sembrato fortissimo. Non siamo soltanto le eredi delle libertà conquistate dalle donne che sono venute prima di noi. Siamo responsabili di quelle che verranno dopo. E abbiamo ancora un enorme vantaggio. Come dice Bocchetti “gli uomini hanno il potere, le donne sono potenza”.  Quando quella potenza diventa pensiero, parola, relazione e politica, può cambiare il mondo.

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