Non poteva che essere ambientata a Roma la grande storia di Caraceni. La sartoria della classicità e dell?armonia delle linee naturalmente ha trovato qui - ormai cento anni fa - il...
Non poteva che essere ambientata a Roma la grande storia di Caraceni. La sartoria della classicità e dell’armonia delle linee naturalmente ha trovato qui - ormai cento anni fa - il suo ubiconsistam e l’universalità del suo messaggio di stile sempre riconoscibile e capace di travalicare le epoche. Cento anni, ecco, di una dinastia, di un’impresa, di un laboratorio di artigianato e di arte, in cui c’è il local e c’è il global, e c’è una mitologia e tanta umanità al lavoro.
Perciò è giusto celebrare insieme, e stasera ci sarà la doppia festa in un locale a pochi passi dall’atelier in via Aureliana 32, il primo secolo dalla fondazione nel 1926 - il capostipite si chiamava Tommaso ma i veri visionari sono stati i figli Domenico, Galliano e Augusto e poi Tommy e Giulio Caraceni - e il compleanno numero 90 del maestro tagliatore: Giancarlo Tonini, detto Carlo. Una persona elegante come gli abiti che taglia e cuce. E che coppia quella tra lui e Andrea Caraceni: 39 anni, titolare unico di questa pregiatissima azienda, non solo un manager ma un creativo concentrato sui tessuti, sul taglio e sul rapporto con la clientela. Andrea ha fatto, dopo il liceo classico a Roma, la gavetta in sartoria, esperienze di lavoro a Londra, ha collaborato con diversi stilisti italiani e ha capito sul campo il valore contemporaneo e la proiezione futura della tradizione d’eccellenza.
I due, Carlo e Andrea, raccontano e si raccontano, in mezzo ai tavoli da lavoro, le stecche dei tessuti, i collaboratori e le collaboratrici con le forbici tra le mani, le ordinazioni che arrivano e gli abiti pronti per la partenza, e in questo scrigno meraviglioso sui muri centinaia di foto, molte con dedica, ricordano ciò che è stato e continua ad essere Caraceni: un universo di persone famose, attori e attrici, presidenti e imprenditori, nobili e gran borghesi, che hanno scelto questo stile inimitabile e se ne fanno elegantemente vanto. Andrea: «Rispetto ad altre sartorie, noi cerchiamo di non assecondare troppo le fantasie dei clienti. Immaginazione, rigore e tradizione questo ci sentiamo di essere e per questo vogliamo essere riconosciuti».
L’operazione della riconoscibilità, com’è evidente, è più che riuscita. Occhio alla foto di Totò. Racconta il novantenne Carlo: «Gli ho fatto un gran numero di abiti. L’ultima volta venne in sartoria pochi giorni prima che mancasse. Gli feci un abito blu». È vero che il principe De Curtis, fuori dal set, era un tipo triste e di mancia stretta? «Assolutamente no. Anzi, era sorridente e molto generoso. Lasciava al nostro personale mance generose», assicura Carlo. Andrea indica un’altra foto: «Quello è Renato Rascel». Fisicamente, non proprio un corazziere, come si sa. Veniva fatto salire su un panchetto perché Giulio Caraceni - fratello di Tommy che era il nonno di Andrea - era alto quasi un metro e novanta e per prendere le misure doveva innalzare Renatino, sennò doveva sdraiarsi lui con il rischio di sbagliare i calcoli.
Andrea: «Domenico, il fondatore, era un tipo molto particolare. Fece un vestito per il principe del Galles, Edoardo, ma non si doveva sapere che quel reale inglese si faceva fare gli abiti in Italia. L’accordo era che Caraceni doveva mantenere il segreto e invece Domenico se ne infischiò. A tal punto da costringere Edoardo a fare un comunicato ufficiale in cui negava di conoscere Caraceni».
Carlo: «Io dal 1960 lavoro da Caraceni. Ho visto tutti e tre i laboratori. Il primo in via Boncompagni 21; il secondo, per 50 anni, in via Campania 61; e dopo il Covid siamo venuti qui, stesso quartiere, stessa Roma, in via Aureliana 32. Una volta, a via Boncompagni, arrivò un aristocratico siciliano. Siccome il suo vestito non era pronto, s’arrabbiò: tirò fuori una rivoltella e sparò sul soffitto». Un’altra volta, il principe Ludovisi Boncompagni, don Gregorio, andò a provarsi l’abito da caccia portandosi appresso il fucile. «Voleva vedere - sorridono all’unisono Carlo e Andrea - se con la giacca nuova riusciva a imbracciare bene l’arma per colpire caprioli o uccelli».
Parlano questi due artisti-artigiani, divisi da mezzo secolo d’anagrafe ma affiatatissimi, e i divi della Hollywood sul Tevere, della Dolce Vita e della bella vita li guardano dalle foto appese alle pareti. Gary Cooper, Clark Gable, Douglas Fairbanks, Marcello Mastroianni e un’infinità di altri. Chi è quello? «Tyron Power», dice Andrea: «Si sposò a Roma e Gregorio Di Felice, che è stato un nostro grande tagliatore nonché il maestro di Carlo, gli fece il tight».
E Berlusconi? Pochi lo sanno ma lui non vestiva Caraceni. Carlo e Andrea svelano: «I suoi abiti erano di Ferdinando Caraceni, nostro omonimo con sede a Milano ma non parente». Scoop! Altra curiosità: Valentino non vestiva Valentino ma Caraceni. «Gli andavo a prendere le misure nel suo palazzo in Piazza Mignanelli», racconta Carlo. Il quale nella vita ha girato dappertutto. Volava a Manila per vestire la famiglia Marcos. Andava a Beirut, a Parigi, a Damasco e pure a Londra per prendere le misure al presidente libanese Hariri. O planava in Brunei dal sultano. E di qua e di là, da tutte le parti, senza parlare alcuna lingua tranne l’italiano e il suo dialetto, il marchigiano.
Una volta gli dissero: vai da Chirac, perché veste male. E lei ci andò? «Ma certo, più volte, nel suo ufficio a Parigi. E lo abbiamo aggiustato». Sembrano sorridere alla battuta, appesi alle pareti i presidenti italiani modello Caraceni (Ciampi uber alles) e le altre celebrità che si sono riconosciute in questo marchio: Vittorio De Sica e Paolo Stoppa, Gigi Poietti e Charles Aznavour, il maestro Zubin Metha e fermiamoci qui perché l’elenco è sterminato.
E che storia questa storia tutta ancora di grande successo. I tessuti vengono dall’Inghilterra e dall’Italia. I sarti in certi casi sono stranieri, attirati dal buon nome di Caraceni. E se Carlo lamenta l’assenza di ricambio («Non è facile trovare giovani bravi e volenterosi»), Andrea, mentre una ragazza norvegese accanto a lui sta cucendo un tailleur, fa notare: «Comunque riusciamo a far crescere professionalmente ragazze e ragazzi. Ma servirebbe, per questo artigianato d’eccellenza, un sostegno dello Stato diretto alle aziende per la formazione».
Ora da Caraceni lavorano in 14 tra sarti, sarte e amministrativi. Una crew, per dirla con il linguaggio contemporaneo. E stasera il doppio brindisi. Misurato ed essenziale, nello stile della casa.
Un’ultima occhiata. Tante foto di attori americani in questa maison, ma nessuna immagine di presidenti americani. Chissà perché. Secondo voi, come andrebbe rivestito Trump? Carlo: «Con un abito alla Caraceni. Ha bisogno di un po’ di stile». Andrea: «Gli consiglierei cravatte più sobrie, un blu meno elettrico e un tocco italiano, che significa buona predisposizione verso il mondo». E del resto Roma questo è: un ponte che arriva dappertutto. Anche con i suoi abiti d’alta classe - e Caraceni è la grande firma - in cui si concentrano uno slancio creativo e tanta forza produttiva.
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