La Francia ha approvato la legge che vieta i social ai minori di 15 anni: dal 1° settembre 2026 per i nuovi account, dal 1° gennaio 2027 anche per quelli già esistenti, senza sanzioni per i bambini né per le famiglie. In Italia il disegno di legge bipartisan è tornato in commissione al Senato. Da pediatra, la mia reazione è duplice: sollievo e prudenza.
Per anni, sui seggiolini auto, abbiamo fatto informazione, opuscoli, incontri. Utilissimi, ma insufficienti. È stata la norma di legge a cambiare davvero le abitudini di milioni di famiglie — pur restando ancora oggi, in troppi casi, disattesa. Le regole non sostituiscono l'educazione: le danno una cornice, e insieme funzionano.
Vale lo stesso qui. Chiedere ai genitori di reggere da soli il confronto con piattaforme progettate da migliaia di ingegneri per catturare l'attenzione è ingiusto, prima ancora che inefficace. Non è "genitorialità debole": è asimmetria di forze.
Ma la partita vera comincia molto prima. Come pediatra, però, so che a 13 anni la storia è già in gran parte scritta. La capacità di aspettare, di annoiarsi, di stare in relazione, di regolare le proprie emozioni si costruisce nei primi 1000 giorni di vita: nello sguardo, nella voce, nella lettura ad alta voce, nel gioco condiviso, nel tempo non riempito da uno schermo — a partire da quello dell'adulto.
È il progetto su cui lavoriamo da anni, e non è retorica: se cambi l'inizio della storia, cambi la storia. Un divieto a 15 anni arriva alla fine di quella storia. Necessario, ma tardivo se resta l'unica misura.
Voglio dirlo con chiarezza ai papà e alle mamme che incontro ogni giorno: nessuno vi sta processando. Siete la prima generazione che deve educare in un ambiente che nessuno ha educato a sua volta. Un limite condiviso dallo Stato vi toglie di dosso il peso di essere sempre e solo voi a dire no.
Le evidenze su un punto sono ancora incerte: non sappiamo se il divieto, da solo, migliori la salute mentale degli adolescenti. Restano nodi aperti sulla verifica dell'età e sulla privacy, sul rischio di aggiramento, e sul pericolo più insidioso: che la legge diventi un alibi per non investire più su famiglie, scuola, consultori, pediatria territoriale.
Cosa cambia da ora in poi?
- Sostenere l'iter normativo, chiedendo che sia accompagnato da risorse per la prevenzione precoce.
- Investire sui primi 1000 giorni: sostegno alla genitorialità, Nati per Leggere, spazi di gioco e di socialità reale.
- Fare educazione digitale nelle scuole e negli ambulatori, non solo divieti.
- Ricordare che il modello educativo più potente resta l'adulto che posa il telefono.
Le cose si tengono da due lati: dal basso, con le famiglie; dall'alto, con le leggi. Una gamba sola non porta lontano.
*Alberto Ferrando - Presidente associazione pediatri extraospedalieri Liguria

La Francia ha approvato la legge che vieta i social ai minori di 15 anni: dal 1° settembre 2026 per i nuovi account, dal 1° gennaio 2027 anche per quelli già esistenti, senza sanzioni per i bambini né per le famiglie. In Italia il disegno di legge bipartisan è tornato in commissione al Senato. Da pediatra, la mia reazione è duplice: sollievo e prudenza.
Per anni, sui seggiolini auto, abbiamo fatto informazione, opuscoli, incontri. Utilissimi, ma insufficienti. È stata la norma di legge a cambiare davvero le abitudini di milioni di famiglie — pur restando ancora oggi, in troppi casi, disattesa. Le regole non sostituiscono l'educazione: le danno una cornice, e insieme funzionano.
Vale lo stesso qui. Chiedere ai genitori di reggere da soli il confronto con piattaforme progettate da migliaia di ingegneri per catturare l'attenzione è ingiusto, prima ancora che inefficace. Non è "genitorialità debole": è asimmetria di forze.
Ma la partita vera comincia molto prima. Come pediatra, però, so che a 13 anni la storia è già in gran parte scritta. La capacità di aspettare, di annoiarsi, di stare in relazione, di regolare le proprie emozioni si costruisce nei primi 1000 giorni di vita: nello sguardo, nella voce, nella lettura ad alta voce, nel gioco condiviso, nel tempo non riempito da uno schermo — a partire da quello dell'adulto.
È il progetto su cui lavoriamo da anni, e non è retorica: se cambi l'inizio della storia, cambi la storia. Un divieto a 15 anni arriva alla fine di quella storia. Necessario, ma tardivo se resta l'unica misura.
Voglio dirlo con chiarezza ai papà e alle mamme che incontro ogni giorno: nessuno vi sta processando. Siete la prima generazione che deve educare in un ambiente che nessuno ha educato a sua volta. Un limite condiviso dallo Stato vi toglie di dosso il peso di essere sempre e solo voi a dire no.
Le evidenze su un punto sono ancora incerte: non sappiamo se il divieto, da solo, migliori la salute mentale degli adolescenti. Restano nodi aperti sulla verifica dell'età e sulla privacy, sul rischio di aggiramento, e sul pericolo più insidioso: che la legge diventi un alibi per non investire più su famiglie, scuola, consultori, pediatria territoriale.
Cosa cambia da ora in poi?
- Sostenere l'iter normativo, chiedendo che sia accompagnato da risorse per la prevenzione precoce.
- Investire sui primi 1000 giorni: sostegno alla genitorialità, Nati per Leggere, spazi di gioco e di socialità reale.
- Fare educazione digitale nelle scuole e negli ambulatori, non solo divieti.
- Ricordare che il modello educativo più potente resta l'adulto che posa il telefono.
Le cose si tengono da due lati: dal basso, con le famiglie; dall'alto, con le leggi. Una gamba sola non porta lontano.
*Alberto Ferrando - Presidente associazione pediatri extraospedalieri Liguria