«Vecchie fabbriche, cantieri navali, scali ferroviari dismessi. Sono questi luoghi pieni di storia il punto di partenza per una trasformazione urbana umana e sostenibile»
L'articolo Intervista: Dan Stubbergaard sembra essere il primo su Abitare.
«Quando ero bambino mi piaceva molto stare all’aria aperta e pensavo che sarebbe stato bello diventare una guardia forestale. Ma poi tornavo a casa e passavo ore e ore a giocare con i mattoncini della Lego!». Sorride l’architetto Dan Stubbergaard, mentre il pensiero corre alla sua infanzia, di cui conserva ancora, nonostante 51 anni compiuti, lo sguardo fresco e curioso. Danese doc, una carriera ventennale costellata di successi e riconoscimenti internazionali, professore alla Harvard University (in Danimarca è l’unico progettista ad avere ottenuto questo prestigioso incarico), Stubbergaard è l’anima dello studio Cobe, fondato nel 2006 a Copenaghen con pochi e giovanissimi architetti. Oggi il suo team ne conta quasi 150: il quartier generale si trova a Nordhavn, ex area industriale a nord-est della capitale, in un grande capannone affacciato sul mare. E già arrivandoci si avverte un’atmosfera particolare: all’ingresso (e anche fuori, nella bella stagione) ci sono divani, pouf e tavolini pieni di gente che chiacchiera e discute sorseggiando caffè.
Scusi, ma lei ha aperto uno studio di architettura o un bar?
Entrambi. È un modo per avvicinare le persone al nostro lavoro e far conoscere i nostri progetti. Nella caffetteria abbiamo esposto alcuni modelli delle future realizzazioni: l’ampiamento del Parlamento danese a Copenaghen, per esempio, ma anche edifici in costruzione qui a Nordhavn, di cui nel 2008 abbiamo firmato il masterplan di rigenerazione. Insomma, è un’estensione naturale dello studio, un modo per coinvolgere i cittadini e stimolare anche il loro punto di vista. I nostri sono sempre progetti partecipati: che siano piazze, stazioni della metropolitana, biblioteche, scuole, parchi ma anche parcheggi (soprattutto di biciclette), ci piace pensarli come ‘salotti urbani’ Una visione domestica che enfatizza l’uso quotidiano che ne fanno le persone.
Vedute di Paper Island, l’isola artificiale nel porto interno di Copenaghen, che da area di stoccaggio della carta è stata trasformata da Cobe in una vivace destinazione mixed-use, con spazi culturali, residenziali e commerciali. Gli ex magazzini sono stati sostituiti da padiglioni la cui architettura richiama le tradizioni costruttive dei grandi cantieri navali e dei siti industriali storici del porto. (ph. Matteo Piazza)
Ci fa qualche esempio?
Qui a Copenaghen mi vengono in mente due luoghi: Israels Plads è un salotto cittadino dove incontrarsi, giocare, studiare, assistere a una performance; ogni anno si stima che vi sostino cinque milioni di persone. Karen Blixen Plads, nel quartiere universitario, è invece un giardino pubblico che sotto le sue colline ospita più di duemila biciclette.
Anche lei usa molto la bicicletta, immagino.
Sempre, come la maggioranza degli abitanti della capitale. Del resto, la mobilità dolce è un tema centrale della green city del futuro.
Rendering del progetto per il Parlamento danese a Copenaghen, di prossima realizzazione: senza alterare gli edifici storici vincolati, già opportunamente restaurati, crea un visitor center ipogeo. Il nuovo ingresso è concepito come un anfiteatro circolare.
Altri obiettivi da raggiungere?
Adattarsi al cambiamento climatico, difendere la biodiversità e sviluppare un’architettura di alta qualità, capace di trasformarsi in base al mutare degli scenari.
Trasformare invece di ricostruire…
Esatto. Si tratta di riparare e migliorare edifici, spazi urbani, infrastrutture già esistenti. Qui a Nordhavn, per esempio, abbiamo trasformato un ex granaio abbandonato da 50 anni in un edificio residenziale con 38 appartamenti, The Silo. Il ruolo dell’architetto sarà sempre più quello di scoprire le potenzialità di un edificio e migliorarlo, usando la minima quantità di risorse disponibili. Vecchie fabbriche, cantieri navali, scali ferroviari dismessi: sono questi luoghi pieni di storia, così stratificati di vite e ricordi, che diventeranno il punto di partenza per una trasformazione urbana davvero significativa, umana e sostenibile.
Rendering dell’Espoo House a Espoo, seconda città della Finlandia per dimensioni. Entro il 2029 offrirà spazi polivalenti dedicati alle esigenze del Municipio e della collettività. La struttura portante di legno massiccio, che riduce al minimo l’uso di materiale, è ispirata alla tradizione finlandese. (Courtesy Cobe and Lunden Architecture Company)
È questo che insegna ai suoi studenti di Harvard?
Certo, ma non solo. Ai miei studenti vorrei trasmettere soprattutto due insegnamenti. Il primo: come essere in grado di trovare la propria strada. Oggi siamo bombardati da informazioni, immagini, modelli, che a volte rendono difficile individuare un proprio personale percorso. Vorrei aiutarli a essere sé stessi. Il secondo: capire che l’architettura, quella davvero buona, è innanzitutto soluzione di problemi. Essere bravi in questo mestiere significa trovare la risposta giusta. Questa è la vera sfida.
Quali maestri ha avuto e che cosa le hanno insegnato?
La lezione più importate che ho imparato è mettere sempre al centro la persona. Chi me lo ha fatto capire? L’urbanista danese Jan Gehl, mio docente durante gli anni universitari e un maestro che ascolto ancora oggi. In occasione dei nostri ‘Urban Fridays’ – un’iniziativa culturale di Cobe – Jan ci ha illuminato di recente su come rendere le città più belle, umane e vivibili. Ma anche l’antropologa e attivista statunitense Jane Jacobs è stata per me una grandissima fonte di ispirazione.
Lo Stadsljus (Luce della città) è una torre residenziale alta 110 metri che sorgerà entro il 2029 a Stoccolma. Situata sul sito della storica officina del gas della città, rende omaggio ai vicini gasometri, riproponendone la forma circolare. La torre ospiterà circa 300 appartamenti, oltre a un ristorante e una scuola materna. (Courtesy Cobe and Yellon)
Fra gli architetti italiani?
Carlo Scarpa: a proposito del concetto di riparare, è stato per me una guida. Soprattutto per il modo in cui ha saputo integrare paesaggio e architettura, un tema sul quale in Danimarca ci concentriamo molto. Scarpa è uno degli architetti che, aggiustando e aggiungendo, è sempre riuscito a valorizzare la storia dell’edificio. Penso che il suo metodo sia di grande ispirazione, soprattutto oggi.
Un progetto di cui va fiero?
Il Cobe Notes, una piattaforma online e un giornale cartaceo che parlano di noi, delle nostre idee e dei nostri progetti. Da leggere sorseggiando un caffè. Nel nostro bar, naturalmente.
Dan Stubbergaard, le opere principali:
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