Discriminazione | La vicenda dell’esclusione di Keshet Italia dal Roma Pride del prossimo 20 giugno continua a interrogare chiunque abbia a cuore il significato della parola inclusione. Dopo la decisione degli organizzatori di negare all’associazione LGBTQIA+ ebraica la possibilità di sfilare con un proprio carro, oltre mille persone hanno sottoscritto in poche ore una lettera […]
La vicenda dell’esclusione di Keshet Italia dal Roma Pride del prossimo 20 giugno continua a interrogare chiunque abbia a cuore il significato della parola inclusione.
Dopo la decisione degli organizzatori di negare all’associazione LGBTQIA+ ebraica la possibilità di sfilare con un proprio carro, oltre mille persone hanno sottoscritto in poche ore una lettera aperta al sindaco Roberto Gualtieri. Tra i firmatari figurano storici esponenti del movimento per i diritti civili, parlamentari di diverse aree politiche, giornalisti, intellettuali, artisti e accademici.
La richiesta rivolta al Campidoglio è semplice: garantire a Keshet Italia una partecipazione piena e sicura alla manifestazione.
La novità rispetto ai giorni scorsi è che il dibattito non riguarda più soltanto il conflitto politico attorno alla guerra di Gaza. Al centro emerge un’altra questione, forse ancora più delicata: la sicurezza di una minoranza.
Nella lettera si ricorda infatti che durante l’edizione dello scorso anno i partecipanti di Keshet furono oggetto di contestazioni tali da rendere necessario l’intervento delle forze dell’ordine. Per questo motivo i firmatari considerano insufficiente la proposta di consentire all’associazione di partecipare soltanto a piedi, senza un proprio carro.
Si può essere d’accordo o meno con le posizioni politiche di Keshet. Si può condividere o contestare la linea del Roma Pride sulla guerra a Gaza. Ma esiste un principio che dovrebbe precedere qualsiasi divisione politica: nessuna persona dovrebbe sentirsi meno sicura perché appartiene a una minoranza.
La questione riguarda tutti. Riguarda il modo in cui una società democratica tratta le sue differenze. Riguarda la capacità di distinguere le persone dalle decisioni dei governi. Riguarda il rischio di attribuire responsabilità collettive a individui che rispondono soltanto delle proprie idee e delle proprie azioni.
Per questo le oltre mille firme raccolte in poche ore meritano attenzione. Non perché risolvano il conflitto. Non perché chiudano il dibattito. Ma perché ricordano una verità elementare: i diritti non servono a proteggere chi la pensa come noi. Servono soprattutto a proteggere chi rischia di essere escluso.
La domanda che resta aperta è la stessa dell’altro giorno.
Se una minoranza deve chiedere alle istituzioni di poter partecipare in sicurezza a una manifestazione nata per difendere le minoranze, che cosa ci sta dicendo questa vicenda sullo stato del nostro spazio pubblico?
La lettera si può firmare qui
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