Un nuovo report di Compassion in World Farming denuncia l’espansione degli allevamenti: fino a un milione di esemplari l’anno e tonnellate di pesce selvatico utilizzate per "ingrassare" un predatore nato per macinare chilometri nel mare aperto
Può superare i tre metri di lunghezza e i 700 chili di peso, raggiungere i 45 chilometri orari e percorrere, in un solo giorno, fino a 260 chilometri. Ma soprattutto deve continuare a nuotare per respirare. Il tonno rosso dell’Atlantico è una macchina perfetta per il mare aperto. Ed è proprio per questo che l’immagine di migliaia di esemplari costretti a girare senza sosta dentro una gabbia racconta meglio di qualsiasi numero il paradosso della nuova industria del tonno.
A denunciare l’espansione degli allevamenti intensivi è un nuovo report di Compassion in World Farming (CIWF), che - anche attraverso foto e video inediti, realizzati in una struttura nel Mediterraneo - accende i riflettori sull’industria del Thunnus thynnus e sui suoi effetti sulle popolazioni selvatiche, sulla biodiversità e sul benessere animale. Più che di allevamento, peraltro, l’associazione invita a parlare di ingrasso: i tonni rossi allevati non nascono in cattività, vengono catturati vivi in mare, spesso durante la stagione riproduttiva, trasferiti in grandi gabbie galleggianti e alimentati intensivamente per mesi, fino a raggiungere il tenore di grasso richiesto soprattutto dal mercato di sushi e sashimi. Ed è qui che il presunto vantaggio dell’acquacoltura si rovescia. Se allevare pesce dovrebbe ridurre il prelievo in natura, per riempire una gabbia di tonni bisogna - sottolineano gli animalisti - prima pescare i tonni. E poi pescare moltissimo altro pesce per nutrirli.
I numeri raccolti da CIWF mostrano un settore in forte crescita. Nel 2003 la produzione da allevamento era di 1.896 tonnellate; nel 2024 ha raggiunto le 36.855 tonnellate, quasi diciannove volte tanto e ormai vicinissima alle 39.589 tonnellate dichiarate come cattura selvatica. Gli esemplari interessati sarebbero passati da un massimo di circa 55 mila a fino a un milione l’anno. Gli impianti autorizzati, appena 13 nel 2006, sono oggi 123. Un’espansione che arriva dopo una delle più importanti storie recenti di recupero della fauna marina: nel 2011 il tonno rosso dell’Atlantico era classificato globalmente come specie in pericolo, dieci anni dopo, grazie soprattutto alle quote e a controlli più severi sulla pesca, la IUCN lo ha riclassificato come specie a minor preoccupazione. CIWF teme però che alcuni dei fattori che precedettero il collasso possano ripresentarsi.
Nel Mediterraneo, inoltre, l’ultima valutazione regionale della specie risale ormai a 17 anni fa. E poi c’è il conto, impressionante, di ciò che finisce nelle gabbie come mangime. Per ottenere un solo tonno commerciabile, dal quale si ricavano circa 200 chili di carne, possono essere necessarie fino a tre tonnellate di pesce pescato in natura: l’equivalente di circa 33 mila sardine o 166 mila acciughe. Piccoli pelagici che stanno alla base delle catene alimentari marine e che, in molte comunità costiere dell’Africa subsahariana e del Nord Africa, rappresentano una risorsa essenziale per l’alimentazione e il lavoro.Il cortocircuito diventa ancora più evidente considerando la destinazione finale: non un alimento destinato a migliorare la sicurezza alimentare globale, ma soprattutto un prodotto di fascia alta, richiesto dal mercato del sushi e del sashimi, in particolare in Giappone.
Il tonno rosso dell’Atlantico, del resto, non è quello che normalmente finisce nelle scatolette: per quelle vengono utilizzati soprattutto tonnetto striato e tonno pinna gialla. A sollevare interrogativi sono anche le condizioni degli animali. Le immagini diffuse da CIWF mostrano tonni confinati nelle gabbie e costretti a nuotare continuamente in cerchio, alcuni con erosioni cutanee, lesioni alle pinne o agli occhi.
"Sono giganti sottomarini straordinari", ricorda Elena Lara, Senior Research and Policy Advisor dell’organizzazione e autrice del rapporto. “Animali migratori nati per attraversare migliaia di chilometri di oceano: nelle gabbie, quello stesso bisogno incessante di movimento diventa un eterno girotondo. Oggi questa industria distruttiva e insostenibile strappa i tonni selvatici dai nostri oceani per metterli all’ingrasso, alimentandoli con enormi quantità di pesci catturati in natura. E tutto questo soprattutto per rifornire i mercati di sushi e sashimi di lusso”.
A sostenere la crescita del settore sarebbero stati anche i soldi pubblici. Secondo CIWF, almeno 64 milioni di euro sarebbero stati investiti negli ultimi decenni tra ricerca, infrastrutture e sviluppo dell’industria. L’associazione chiede ora una moratoria internazionale sui nuovi allevamenti e sull’ampliamento di quelli esistenti, una nuova valutazione dello stato di conservazione della specie, maggiore trasparenza sui dati di cattura e commercio e controlli più rigorosi sul benessere animale. Il timore, in fondo, è racchiuso in un paradosso semplice: aver salvato il tonno rosso dalla pesca eccessiva, per ricominciare a prelevarlo dal mare in nome dell’allevamento.
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