Non siamo allo stadio, dove bisogna scegliere una curva. Un governo non è chiamato a essere "contro" il Papa; è chiamato a governare uno Stato, assumendosi responsabilità diverse da quelle di una guida religiosa
Non siamo allo stadio, dove bisogna scegliere una curva. Un governo non è chiamato a essere "contro" il Papa; è chiamato a governare uno Stato, assumendosi responsabilità diverse da quelle di una guida religiosa
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Da Lampedusa, luogo simbolo dell'immigrazione di massa diretta in Europa, papa Leone ha ruggito contro un vecchio continente che, a suo dire, per posizione geografica e fulgido passato, avrebbe la responsabilità di fare di più per i migranti, vittime di scelte prese e di scelte mancate. Bel discorso stucchevole da pontefice, nulla da ridire. I luoghi comuni e le banalità tipiche ci sono tutti, forse li impone in qualche modo il ruolo. E lo affermo con grande rispetto ma pure con un dispiacere che non riesco a nascondere, perché, ogni santissima volta che il tema dell'immigrazione torna al centro del dibattito, sembra che esista una sola parola consentita: responsabilità. Ma sia chiaro: sempre e soltanto nostra.
Responsabilità di accogliere. Responsabilità di soccorrere. Responsabilità di integrare. Responsabilità di assimilare. Responsabilità di rispettare. Responsabilità di mantenere. Responsabilità di comprendere. Responsabilità di perdonare. Responsabilità di sostenere. Responsabilità di garantire casa, assistenza sanitaria, scuola, percorsi di inclusione, lavoro, reddito, documenti e opportunità. La lista dei nostri obblighi e delle nostre responsabilità è infinita. Anche nelle parole pronunciate dal Pontefice a Lampedusa il concetto ricorre più volte. Anzi, direi che la parola d'ordine di tutto il sermone è stata proprio questa: responsabilità dell'Europa e dei popoli europei nei confronti dei migranti. L'Europa, secondo il Pontefice, avrebbe una particolare responsabilità, anche per la sua ubicazione, come già ho sottolineato, nell'accogliere, proteggere, promuovere e integrare clandestini, lavorando al tempo stesso per lo sviluppo dei Paesi d'origine. Praticamente dovremmo dedicarci solo agli africani. Quelli arrivati qui e quelli ancora lì. Per carità, è una posizione che rientra pienamente nella missione pastorale del Papa. Ma questo non significa che non possa essere discussa sul piano politico e soprattutto pratico.
Qualcuno si è affrettato a chiedersi se Giorgia Meloni sia "con il Papa o contro il Papa". È una domanda che trovo profondamente sbagliata. Non siamo allo stadio, dove bisogna scegliere una curva. Un governo non è chiamato a essere "contro" il Papa; è chiamato a governare uno Stato, assumendosi responsabilità diverse da quelle di una guida religiosa. Nel momento in cui le posizioni del potere politico convergeranno con quelle del potere religioso, saremo in pieno regime islamico. Mi auguro mai.
Puntualizzato ciò, è bene specificare che la politica dell'attuale governo non nasce dall'ostilità verso chi proviene da altri Paesi o da chi ha la pelle nera. Nasce dall'idea che l'immigrazione irregolare ponga problemi concreti di gestione, sicurezza e capacità di accoglienza. Problematiche che peraltro diventano sempre più evidenti in tutta Europa.
Quando, in un brevissimo lasso di tempo, approdano nei nostri Paesi centinaia di migliaia di persone senza che lo Stato riesca a identificarle tempestivamente, a verificarne la provenienza, il percorso, le intenzioni e la posizione giuridica, sorgono inevitabilmente interrogativi. Dove vivranno? Come verranno sostenute? Con quali risorse? Come si garantisce un'integrazione reale? C'è un rischio di radicalismo religioso?
Queste domande non possono essere liquidate come mancanza di solidarietà. C'è però un punto che, nel dibattito pubblico, continua a essere trascurato. Da anni sentiamo parlare dei doveri dell'Europa. Molto meno si parla dei doveri di chi sceglie di vivere in Europa. Eppure anche questi esistono, sebbene ce ne siamo dimenticati. Anzi, ce ne siamo voluti dimenticare. Esiste il dovere di rispettare le leggi dello Stato ospitante. Esiste il dovere di rispettarne le istituzioni. Esiste il dovere di rispettare le forze dell'ordine. Esiste il dovere di inserirsi nella comunità senza pretendere che sia la comunità a rinunciare ai propri principi fondamentali. Nessuno esige che una persona rinneghi la propria identità culturale o religiosa. Ma vivere in un Paese significa anche accettarne le regole e i principi essenziali, quelli posti a fondamento dei nostri ordinamenti. Quando questi doveri vengono sistematicamente ignorati, il problema non è più soltanto l'immigrazione. Diventa la tenuta stessa della convivenza civile. Le cronache raccontano ogni giorno episodi di violenza, aggressioni, resistenza alle forze dell'ordine e reati che alimentano un crescente senso di insicurezza. Ogni singolo episodio va valutato per quello che è, senza generalizzazioni, ma sarebbe altrettanto sbagliato fingere che il tema della sicurezza non esista. La solidarietà non può trasformarsi nell'idea che ogni responsabilità gravi esclusivamente sulla società che accoglie. E non credo neppure che questo possa definirsi "spirito cristiano". Una comunità democratica vive di un equilibrio tra diritti e doveri. Se si parla solamente dei primi e mai dei secondi, quell'equilibrio inevitabilmente si rompe e a farne le spese siamo tutti noi.
Accogliere può essere una scelta politica e morale.
Ma chiedere il rispetto delle leggi, delle istituzioni e della convivenza civile non è un atto di chiusura. È una condizione, un presupposto e un prerequisito essenziale perché l'accoglienza possa funzionare e non trasformarsi in un incubo e in un declino della civiltà.
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