La ricerca di una gravidanza, l’ansia che cresce ogni fine mese: il desiderio di un figlio, ormai troppo spesso, si scontra con una strada per nulla facile e molto faticosa. Per molte coppie, questa strada si chiama PMA, la cosiddetta […]
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La ricerca di una gravidanza, l’ansia che cresce ogni fine mese: il desiderio di un figlio, ormai troppo spesso, si scontra con una strada per nulla facile e molto faticosa. Per molte coppie, questa strada si chiama PMA, la cosiddetta procreazione medico-assistita, un percorso che per anni è stato sinonimo di una lotteria emotiva e medica, una sorta di tentativo dove “o la va o la spacca”. Oggi, però, la scienza italiana sta ridisegnando completamente questa visione, trasformando la ricerca di un bambino da una corsa a ostacoli solitaria a un vero e proprio progetto di vita condiviso, passo dopo passo.

La conferma viene dalle sale dell’ultimo congresso della Eshre, la Società europea di riproduzione umana ed embriologia di Londra, dove sono stati presentate delle novità scientifiche capaci di cambiare la prospettiva che vedeva la fertilità come una questione di numeri freddi, a una storia di cura che si adatta alle persone. Va detto, tuttavia, che al di là delle nuove conoscenze mediche, il primo vero ostacolo verso la genitorialità, spesso non si nasconde nelle cellule, ma nella mente e nel cuore.
Esiste un momento delicatissimo e spesso invisibile che gli esperti definiscono come il tasso di “non-conversione”: è la percentuale di coppie che, dopo un primissimo colloquio informativo, decide di fare un passo indietro e rinunciare prima ancora di cominciare le cure. I dati parlano chiaro: si ritira ben il 23% di chi si rivolge alle strutture private e il 12% di chi sceglie la sanità pubblica.
Dalla corsa contro il tempo al sogno condiviso: nuove scoperte rivoluzionano il futuro della fertilità. (Getty Images)
A pesare, tuttavia, non è solo l’orologio biologico o una diagnosi difficile. A fermare i futuri genitori sono i costi economici, l’ansia che toglie il respiro e le difficoltà pratiche di un’agenda stravolta dalle visite. La nuova sfida della medicina, quindi, non è solo tecnica, ma umana: proteggere le persone dallo scoraggiamento, garantendo che nessuno sia lasciato solo con i propri dubbi dopo il primo incontro.
Per vincere la paura, però, serve la chiarezza. Oggi la scienza è in grado di tracciare un profilo molto preciso del potenziale riproduttivo, analizzando i fattori che determinano il successo. Una recente analisi su quasi 38.000 ovociti femminili, ha mostrato che la percentuale media di riuscita per ogni singolo ovocita è del 7,7%. La biologia, però, non è uguale per tutte. Ogni anno in più sulla carta d’identità della futura mamma riduce questa probabilità dello 0,9%, mentre la presenza di problemi severi legati alla fertilità maschile incide negativamente per un altro 2%. Conoscere queste informazioni permette di applicare strategie che velocizzano i tempi e riducono lo stress psicofisico della donna, ottimizzando le possibilità di successo in tempi più brevi.
Le ricerche presentate a Londra, sono importanti perché demoliscono alcuni vecchi dogmi medici, semplificando la vita di chi cerca un bambino. La prima mostra che fermarsi, come succedeva fino a ieri, se il tessuto dell’utero, l’endometrio, non mostra una forma geometrica perfetta all’ecografia, non è più necessario. Un imponente studio su 14 mila casi dimostra invece che, se lo spessore del tessuto è buono, quella forma non è fondamentale. Per le donne, questo, significa meno rinvii ingiustificati e un percorso molto più fluido.
Ma c’è un’altra cosa molto importante da sapere: l’orologio biologico non è solo femminile. Un nuovo studio rivela che negli uomini over 45 gli spermatozoi mostrano un aumento del 31% di piccole variazioni genetiche rispetto ai trentenni. Queste variazioni si nascondono solo nei gameti e non nel sangue, quindi i normali esami genetici non le vedono. Nessun allarmismo, a 45 anni si è pienamente fertili, ma è senz’altro la conferma che la fertilità è comunque un gioco di squadra.
Inoltre, un ampio studio condotto su oltre 6.500 coppie, ha dimostrato che la fecondazione assistita funziona se si procede lungo un percorso dove ogni sforzo si somma al precedente. I dati rivelano che ogni cellula uovo matura in più che si riesce a recuperare fa impennare le probabilità di un successo: le chance di dare alla luce un bambino crescono del 5,4% e la possibilità di accogliere un secondo bebè entro i tre anni successivi aumenta del 6,5%. Guardare, quindi, alla terapia nel suo insieme, permette di uscire dalla logica del “buona la prima, o è finita”. La medicina della riproduzione sta diventando sempre più personalizzata e capace di prevedere le difficoltà e, soprattutto, di saper accogliere e accompagnare il carico emotivo delle persone lungo tutto il viaggio.