C’è un gesto nuovo tra le persone, che si ripete quando i pensieri iniziano a farsi troppo pesanti da portare da soli. È quello di aprire una chat, di scegliere l’Intelligenza Artificiale preferita e confessarle un momento di malinconia, un […]
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C’è un gesto nuovo tra le persone, che si ripete quando i pensieri iniziano a farsi troppo pesanti da portare da soli. È quello di aprire una chat, di scegliere l’Intelligenza Artificiale preferita e confessarle un momento di malinconia, un attacco d’ansia o la fatica di una giornata storta, sapendo che lo schermo risponderà subito. Questo fenomeno, è ormai diventato un’abitudine, un fenomeno collettivo che sta ridisegnando i confini della nostra fragilità.

Per capire quanto questo legame con la tecnologia sia diventato stretto, basta guardare dentro gli studi dei terapeuti. Il Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi, ha condotto una vasta indagine coinvolgendo circa 5.900 specialisti. I risultati fotografano un cambiamento profondo: più della metà delle persone che seguono una terapia, ammette di usare software intelligenti per cercare un sollievo immediato alla solitudine o per dare un nome ai propri disagi emotivi.
L’Intelligenza Artificiale, tuttavia, non sta coinvolgendo solo chi ha bisogno di sostegno, ma ha conquistato anche chi la mente la cura per professione. Quasi sei psicologi su dieci hanno inserito questi strumenti digitali nella loro routine lavorativa. Lo fanno, però, utilizzando l’AI solo per riassumere relazioni scientifiche, organizzare l’archivio o sbrigare la corrispondenza dell’ufficio. La terapia vera e propria non si tocca e resta ancorata all’esperienza umana.
Sempre secondo la relazione degli psicologi, ma non solo, il motivo per cui ci si confida con uno schermo è per la maggior parte perché l’AI è una macchina che non giudica, è sempre disponibile e risponde in pochi secondi. Gli esperti del settore, però, invitano a riflettere sulle conseguenze di questo abbraccio virtuale. Otto terapeuti su dieci mettono in guardia contro un rischio sottile ma concreto: l’illusione di una guarigione autonoma.
Gli psicologi usano l’AI come un segretario, mentre le persone rischiano di scambiare le risposte dei chatbot per una cura reale. (Pexels)
Un’applicazione, infatti, rispondendo con termini precisi dal punto di visto tecnico, può far cadere cadere nell’errore di pensare di essersi curati da soli, finendo per rimandare l’appuntamento con uno psicologo vero proprio quando se ne avrebbe più bisogno.
Ma affidarsi alle risposte automatiche comporta alcune insidie che non bisognerebbe sottovalutare. Per esempio, spiegano gli psicologi, la dipendenza da uno specchio perfetto, che si adatta sempre ai nostri umori senza mai proporre quel confronto costruttivo e a volte anche faticoso, tipico dei rapporti reali. Ma anche, cosa ancora più grave, la perdita della complessità personale.
Con l’indagine e le riflessioni su di essa, il mondo della psicologia non intende rifiutare l’innovazione per paura o pregiudizio. Al contrario, dalla relazione emerge una diffusa curiosità per le potenzialità della tecnologia.
Ciò che i professionisti chiedono, però, sono regole chiare, una formazione specifica e linee guida condivise a livello nazionale. La scommessa per il futuro consiste nel proteggere lo spazio dell’incontro umano, senza escludere l’intelligenza artificiale, ma lasciando ad essa i compiti in cui è più brava: quelli di semplificare il lavoro burocratico.
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