Nel documentario “I segreti dell’oceano” con David Attenborough, il naturalista e divulgatore scientifico britannico afferma che sulla Terra è il mare il luogo più importante e che salvarlo significa salvare tutto il pianeta. Oggi è uno degli obiettivi più sfidanti del […]
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Nel documentario “I segreti dell’oceano” con David Attenborough, il naturalista e divulgatore scientifico britannico afferma che sulla Terra è il mare il luogo più importante e che salvarlo significa salvare tutto il pianeta. Oggi è uno degli obiettivi più sfidanti del restauro ecologico, disciplina recente finalizzata al ripristino di ecosistemi degradati, attraverso interventi mirati in linea con la Nature Restoration Law del 2024, con cui l’Unione europea mira a reintegrare il 20 per cento dei contesti naturali danneggiati entro il 2030 e il 90 per cento entro il 2050.

«Si tratta di interventi complessi quando riguardano il mare, anche per questioni logistiche» premette il professor Roberto Danovaro, ecologo e docente di Restauro degli ecosistemi marini all’Università Politecnica delle Marche. «Diverse le tipologie di danno, da quelli causati dalla pesca a strascico, ai cambiamenti climatici, con percentuali che vanno dal 20 per cento di alcuni habitat all’80 per cento di altri». Le pratiche scorrette possono essere disciplinate. Viene però da chiedersi cosa si possa fare nel caso in cui l’innalzamento delle temperature non sia più compatibile con la sopravvivenza di una specie. «Si individuano i cosiddetti rifugi climatici, aree in cui l’impatto del cambiamento è meno forte e dove si possono costruire roccaforti della biodiversità» spiega l’esperto. «La tendenza dell’aumento di temperature, per quanto preoccupante, non impatta allo stesso modo degli eventi estremi episodici. A differenza della compensazione, inoltre, che sana un danno nello stesso punto in cui è avvenuto, il restauro dà priorità alle aree che hanno più probabilità di successo. Si inizia da lì». Gli interventi hanno ottime percentuali di riuscita: «Le possibilità di fallimento sono inferiori al 5 per cento». Ecco i progetti più promettenti.
«Le aree marine protette garantiscono le condizioni idonee»Annalisa Falace, botanica marina, è coordinatrice del progetto REEForest Life.
Tanti i progetti in corso in tutta Italia, dove le donne sono sempre più in prima linea. REEForest LIFE, coordinato dalla dottoressa Annalisa Falace, botanica marina all’Università degli Studi di Trieste, interessa quattro aree: la penisola del Sinis, il parco nazionale del Cilento, l’isola di Bergeggi e l’isola di Gyaros, in Grecia, per il restauro della Cystoseira, un’alga soggetta a una regressione importante. «Abbiamo individuato i siti accertandoci che i fattori che avevano portato alla scomparsa dell’alga non esistessero più, specie quelli antropici. L’area protetta è l’unico modo per garantire condizioni di conservazione idonee perché il processo di restauro funzioni» specifica l’esperta. Falace ha messo a punto da sola il metodo utilizzato per il ripristino di quest’alga bruna che crea foreste sottomarine.
Annalisa Falace Annalisa Falace si occupa del ripristino dell’alga Cystoseira.
«Dalle alghe si raccolgono piccole parti fertili, che vengono fatte crescere in laboratorio su substrati e piastrelle di argilla. Poi, i supporti si ancorano alle rocce nei siti da restaurare». Perché l’argilla? «È un materiale che resiste bene in acqua ed era facile da utilizzare quando lavoravo senza finanziamenti. Compravo i panetti, li stendevamo in laboratorio e cercavamo qualcuno che li cuocesse. L’argilla resta con la pianta per il tempo sufficiente affinché la popolazione si riprenda. E non ha un impatto a livello ambientale, oltre a essere un buon substrato di colonizzazione perché vi crescono anche altri organismi». Iniziato due anni fa, il progetto REEForest LIFE terminerà tra 18 mesi e ci vorrà ancora un po’ per capire se è andato bene. «Siamo a buon punto, ma è un lavoro continuo. Tra i problemi più importanti, i cambiamenti climatici. L’alterazione incide sulla sopravvivenza dei popolamenti naturali e sulle possibilità di recupero, perché i cicli biologici sono alterati e c’è difficoltà a reperire materiale fertile. Ogni sito ha variabili diverse. Mi sento come una contadina neolitica: sul mare stiamo scoprendo tante cose solo adesso».
«Supporti 3D per le alghe in Liguria»Monica Previati, biologa e co-fondatrice di Ubica
Lavora a stretto contatto con le istituzioni, sia locali che nazionali, la dottoressa Monica Previati, biologa e co-fondatrice di Ubica (Underwater Bio Cartography), società focalizzata anche nel monitoraggio di habitat e specie marine e valutazioni di impatto ambientale. Per il progetto Sirens (Sistemi integrati per il restauro dell’ecosistema naturale sottomarino) ha seguito gli interventi di riforestazione delle praterie di Cystoseira a Costarainera (Imperia). «Ci siamo occupati della fotogrammetria, ossia di fare foto agli scogli per ottenere un modello 3D su cui costruire un supporto quasi in negativo» spiega Previati. Un’esigenza particolare: «Costarainera è una zona molto esposta e altre tipologie di supporti verrebbero spazzate via dalle correnti. Serve una struttura che calzi perfettamente sulla roccia».
Monica Previati, esperta nel monitoraggio delle specie marine.
Il materiale, finora, è una sorta di cemento con buon rapporto tra durezza e rugosità, che permette all’alga di attecchire bene, anche se l’obiettivo è la ricerca di una maggiore sostenibilità. «Stiamo valutando quanto questo supporto sia in grado di resistere, è un primo passo». I supporti, dunque, cambiano anche quando si parla della stessa alga, perché bisogna cercare le migliori condizioni per l’area che li ospiterà. «Si procede per tentativi, c’è tanto da sperimentare. Le basi scientifiche ci sono, ma quando si applicano alla realtà è tutto più complicato dal fatto di lavorare in mare. La Posidonia, per esempio, cresce rapidamente e si pianta nella sabbia in talea, la stessa procedura che utilizziamo nei nostri giardini, ma in mare l’operazione è onerosa e con meno tempo a disposizione».
Oltre all’innalzamento delle temperature, Previati sottolinea il problema delle reti fantasma, perse o abbandonate in mare. «Continuano a pescare e ad abradere il fondale, spinte dalle correnti sradicano quello che incontrano, si avviluppano ai coralli e rilasciano microplastiche. Restano per sempre. Bisognerebbe responsabilizzare e fornire alternative».
«Il ripristino delle ostriche nell’Adriatico, una specie in pericolo»Francesca Ronchi Biologa marina, fa parte del team del progetto Mer
Molto articolato, il Mer è il più ampio progetto di tutela, ripristino e monitoraggio del Mediterraneo. Previsto dal Pnrr, gestito dal ministero dell’Ambiente e della sicurezza energetica e dall’Ispra, l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale, ha tra gli obiettivi la ricostituzione degli habitat dei banchi a ostrica piatta (Ostrea edulis) dal FriuliVenezia Giulia al Molise.
Francesca Ronchi ricostruisce l’habitat delle ostriche.
«Ogni sito di ripristino è posizionato a una profondità tra i 15 e i 30 metri ed è formato da diverse parti: una centrale, con telai in ferro che ospitano ostriche adulte e subadulte e poi, intorno, strutture che servono a ricevere le future larve» spiega la dottoressa Francesca Ronchi, biologa marina e co-coordinatrice di questo intervento. Una sfida importante, per riportare nell’Adriatico una specie storicamente presente e sempre più rara. «Abbiamo optato per diverse tipologie di substrato per dar modo alle ostriche di scegliere il migliore: in una parte ci sono pietre, in un’altra conchiglie e in un’altra bio intonaco fatto di polvere di guscio di ostrica».
Una volta riprodotte, le larve ricopriranno i vari substrati, che non saranno più rimossi, perché daranno riparo e nutrimento anche ad altre specie, un po’ come avviene con i relitti. Le ostriche utilizzate sono sia selvatiche sia di allevamento, per diversificare e avere maggiori possibilità di successo. «Dal prelevamento al trasferimento passano meno di 24 ore. Finora sono 486 i telai installati. «In uno-due anni si potrà capire se l’iniziativa ha avuto successo».