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Legge elettorale, Meloni pensa al piano B: usare i franchi tiratori per recuperare consenso

Дата публикации: 01-01-1970 00:00:00

ROMA E adesso, cosa fare? Intanto, punto primo, trovare i "traditori", i "badogliani", cioè i franchi tiratori che hanno affossato le preferenze e (forse) il governo....

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ROMA E adesso, cosa fare? Intanto, punto primo, trovare i "traditori", i "badogliani", cioè i franchi tiratori che hanno affossato le preferenze e (forse) il governo. Perché certe onte vanno lavate con il sangue politico. Quindi: trovarli, punirli, non ricandidarli.

Punto secondo, aspettare. Far decantare un attimo, lasciare che il livello di cortisolo scenda. Anche per convocare un vertice ufficiale con i leader, dopo i contatti e le telefonate di ieri, o peggio per vedere i gruppi parlamentari. Perché, come raccontano dentro Fdi, «se Meloni li incontra adesso, li scuoia, gli mette le mani addosso».

Ma poi, a mente leggermente più lucida, già dall'ora di cena di martedì scorso, poco dopo che il pallottoliere della Camera aveva decretato la sconfitta per un solo voto segreto, gli "strateghi" di via della Scrofa hanno cominciato ad elaborare dei piani: piano A, piano B, piano C.

Le opzioni sul tavolo

Il primo, per quanto non escluso del tutto, è quello al momento meno probabile: le elezioni anticipate. Qualcuno fa anche girare una data, il 12 ottobre, che sarebbe comunque troppo in là. E i fedelissimi della premier smentiscono. Niente voto anticipato, si va avanti. Già, ma come e con quale clima?

E qui scatta il piano B, quello per il momento (ma si vive alla giornata, con questo caldo nemmeno si può dire che si sta come le foglie d'autunno...) più plausibile. E cioè che Fdi faccia passare questo torrido luglio, poi il probabile torrido agosto e che, ai primi di settembre, una volta consultati e compulsati i sondaggi, decida se andare al Senato ed applicare il "lodo La Russa". Cioè cambiare la legge elettorale uscita dalla Camera, rimettere dentro le preferenze (sempre con il sistema dei capilista bloccati, che fa sì che appena il 20-25% dei parlamentari verrebbe eletto dai cittadini), sfidare i senatori nel voto palese, visto che a Palazzo Madama quello segreto, per la legge elettorale, non è previsto.

Se la maggioranza incassa un altro no, va a casa. Ma se la modifica passasse, si tornerebbe alla Camera per una terza lettura. E a Montecitorio, allora, si piazzerebbe la fiducia. Controindicazioni: l'accanimento terapeutico, il rischio all in da poker d'azzardo, i tempi che si allungano. Vantaggi, diciamo così, per Meloni? Costringere senatori e deputati a «metterci la faccia». Volete che vada a casa? Ditemelo alla luce del giorno e non con le congiure nell'ombra, sarebbe il messaggio della premier.

C'è anche però il piano C (che non è quello di una celebre battute del gruppo Dandini-Guzzanti...). E cioé: i sondaggi a settembre danno Vannacci al 10%, Meloni capisce che con lo Stabilucum perde di sicuro e manda su un binario morto la legge elettorale (che, detto per inciso, senza preferenze seppur parziali rischia anche qualche vizio di Costituzionalità...). A quel punto, si andrebbe alle urne, prima o dopo, con il vecchio Rosatellum: collegi più proporzionale e vada come vada, con l'incubo realistico del "pareggione".

Ecco, proprio questo scenario agita i "fratelli d'Italia" che, a mezza bocca, avrebbero anche individuato il mandante in Marina Berlusconi. Chissà.

La battaglia personale

Certamente, per Meloni, da lunedì sera, ma forse nemmeno da lunedì sera, è scattata un'altra battaglia: quella del consenso personale. Per sé e per il suo partito. E questo indipendentemente dalla coalizione, dal centrodestra, dal governo. Meloni, per certi versi, adesso "balla da sola" e le prime avvisaglie si sono viste già all'indomani, in una giornata in cui le uniche uscite pubbliche sono state sui premi alle eccellenze dalla cucina italiana, il commento sulla condanna per la morte di Saman («non c'è spazio per chi nega la libertà delle donne»), quello sulla legge che consente di allontanare donne e bambini dalle famiglie mafiose, con citazione di Falcone e Borsellino.

E poi le preferenze, da trasformare in narrazione politica. Ci ha pensato Arianna, la sorella d'Italia, capo della segreteria politica di Fdi. Un post sui social, con Schlein e compagni che esultano dagli scranni della Camera: «Non dimenticate questa foto. La sinistra esulta come ai Mondiali dopo aver bocciato la proposta di Meloni di restituire agli italiani il diritto di scegliere chi mandare in Parlamento».

Su questo, anche su questo, la premier punterà per cercare di riportare Fdi vicina al 30%, comunque per ottenere un risultato superiore al 26% del 2022. Tanto che qualcuno, nel centrodestra, pensa anche che Giorgia in fondo l'avesse messa nel conto la sconfitta in Parlamento: io sto con il popolo, gli altri (tutti gli altri) con la Casta. Un modo per rispondere a Vannacci, perché poi si torna lì. Ci si allea o no? Lei non si fida, e il voto di ieri sull'emendamento di Fn sulle preferenze non è un segnale verso un'intesa. Ma poi, anche di questo, si discuterà. A settembre, però. Adesso la temperatura (politica e non) è troppo alta.

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