ROMA - Mentre alla Camera va in scena il day after dei lunghi coltelli, cinquanta metri più in là, a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni scherza con Vittorio Cerea, il tri-stellato...
ROMA - Mentre alla Camera va in scena il day after dei lunghi coltelli, cinquanta metri più in là, a Palazzo Chigi, Giorgia Meloni scherza con Vittorio Cerea, il tri-stellato Michelin patron di Da Vittorio. «Quest'uomo è così visionario che è riuscito a mettere un bavaglio al primo ministro indiano Narendra Modi per mangiare la pasta al sugo».
Sorrisi e risate alla premiazione dei «maestri dell'arte della cucina italiana». Certo il volto è tirato: avrebbe preferito un altro risveglio, la premier, al posto di una maggioranza uscita con le ossa rotte dal voto segreto sulla legge elettorale e del fuoco di fila delle opposizioni che la invitano a presentarsi al Quirinale. Ma il senso della mossa è chiaro. Si va avanti, è il messaggio che per tutto il giorno viene suonato con la grancassa da ministri e big del centrodestra.
Non è su un emendamento, peraltro neanche firmato da tutta la maggioranza, che può cadere un governo. «Meloni non ha mai parlato di elezioni anticipate», smorza Antonio Tajani da Madrid.E poi «la parte essenziale di questa riforma è la stabilità, non le preferenze». Nessun passaggio al Quirinale, con il quale non filtrano contatti: a metà mattinata, Meloni posta sulla sua pagina Instagram un video in cui rivendica l'ultima stretta sulla sicurezza contro la baby-criminalità.
Quella «riflessione» che la premier aveva annunciato a caldo dopo il voto di martedì sera, finito 188 a 187 per il centrosinistra, arriverà più avanti. Prima va portato a casa il risultato della legge elettorale alla Camera, risultato che salvo nuovi scossoni nel voto finale, anch'esso segreto verrà centrato oggi prima di pranzo, col via libera di Montecitorio allo Stabilicum. Poi ci sarà tempo per regolare i conti con gli alleati. E a microfoni spenti praticamente nessuno, tra i Fratelli d'Italia di stanza alla Camera, nega che un qualche tipo di contraccolpo a tempo debito arriverà.
Un primo segnale a Forza Italia e Lega, tacciate di ospitare tra le proprie file il grosso dei franchi tiratori del centrodestra, i meloniani l'hanno già inviato ieri mattina. L'occasione la offre ancora una volta la «sporca dozzina» dei vannacciani di Futuro Nazionale. Che approfittano della bocciatura dell'emendamento caro a Meloni, quello sulle preferenze "temperate" (capilista bloccati e tre nomi da scegliere su una lista di sei), per ripresentarne un altro che preveda invece le preferenze «vere», senza rete. Ed ecco la sorpresa, la voce che si diffonde in Transatlantico: da via della Scrofa fanno sapere che sono pronti a votarlo. Poco dopo Angelo Rossi, l'uomo che per FdI ha seguito a Montecitorio il dossier legge elettorale, annuncia il cambio di parere. La maggioranza non è più contraria ma si rimette alla decisione dell'Aula. Peccato che la mossa non sia stata concordata con gli alleati. Anzi: è una sfida esplicita a Forza Italia e Lega. Non volevate le preferenze "light" che vi abbiamo offerto? Rischiate di ritrovarvi quelle dure e pure. Ma è anche e soprattutto un avviso ai naviganti, o almeno così viene letto: un'altra maggioranza di centrodestra è possibile, in futuro. Fare asse con il generale non è più un tabù.
Finisce com'era prevedibile, col voto segreto: l'emendamento viene sommerso da un'ondata di no, 233 no contro 139 sì. E le opposizioni brindano e chiedono di fermare tutto: «La maggioranza non c'è più, è nata una nuova minoranza di destra-destra». Gongolano pure i vannacciani, che in Aula sventolano cartelli pro-preferenze: «Futuro nazionale vota con FdI, Lega e FI no. Chi è ora la stampella della sinistra?».
L'altro fatto della giornata parlamentare è il via libera, in questo caso all'unanimità, del voto ai fuorisede. Una piccola rivoluzione: potrebbe riguardare quasi 5 milioni tra studenti e lavoratori, che per andare alle urne non dovranno più tornare nel comune di residenza. Mentre si riducono a tre, tra le proteste del centrosinistra, le circoscrizioni Estero: due alla Camera (Europa e resto del mondo) e una unica al Senato. Aspetti a lungo discussi nei giorni scorsi che però scolorano, di fronte a una domanda con fanno i conti sia maggioranza che opposizione: che fine farà, lo Stabilicum? L'idea di un'approvazione rapida al Senato dopo il sì della Camera, magari con la fiducia, non è più all'ordine del giorno. Se ne riparlerà con un occhio ai sondaggi dopo l'estate. Quando il polverone si sarà depositato. E la «riflessione» avrà dato i suoi frutti.