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Naftalina e belle voci: cronaca di una Bohème areniana

Дата публикации: 06-07-2026 07:52:49

Eleonora Buratto e Yusif Eyvazov PUCCINI La bohème E. Buratto, F.P. Vitale, Y. Eyvazov, M. Damian, A. Roslavets, J. Antem, N. Ceriani, G. Montresor, C. Bosi, N. Rigano, M. Pantò; Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona, direttore Francesco Lanzillotta regia Alfonso Signorini scene Juan Guillermo Nova luci Paolo Panizza Verona, Arena, 3 luglio ...
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Eleonora Buratto e Yusif Eyvazov

PUCCINI La bohème E. Buratto, F.P. Vitale, Y. Eyvazov, M. Damian, A. Roslavets, J. Antem, N. Ceriani, G. Montresor, C. Bosi, N. Rigano, M. Pantò; Orchestra e Coro della Fondazione Arena di Verona, direttore Francesco Lanzillotta regia Alfonso Signorini scene Juan Guillermo Nova luci Paolo Panizza

Verona, Arena, 3 luglio 2026

La prima impressione è difficile da scrollarsi di dosso: la regia di Alfonso Signorini sa già di naftalina. Non perché scelga la via della tradizione – una scelta sempre legittima, quando è sorretta da un’autentica idea di teatro – ma perché si limita a illustrarla, senza mai trasformarla in racconto. L’intuizione di partenza, una Mimì meno angelicata e più consapevole del proprio desiderio, che osserva Rodolfo e i suoi amici dall’appartamento soprastante prima di “costruire” il celebre incontro del “lume”, è interessante. Peccato che si esaurisca nel giro di pochi minuti, lasciando spazio a uno spettacolo che procede diligentemente, ma senza un vero sussulto. Le scene di Juan Guillermo Nova ricostruiscono una Parigi da cartolina attraverso grandi velari dipinti e ambienti trasparenti che espongono costantemente la vita dei bohémiens. La soffitta, il Café Momus, la Barriera d’Enfer e il ritorno finale alla mansarda seguono il libretto con fedeltà quasi scolastica. L’occhio si appaga, ma il teatro resta in superficie. Anche il ricorso a strutture già viste e a soluzioni sceniche che trasmettono una continua sensazione di déjà-vu rafforza l’impressione di un progetto nato più per necessità che per autentica ispirazione. Anche la direzione dei cantanti mostra presto i suoi limiti. Nelle scene più raccolte tutto fila con discreta naturalezza, ma appena il palcoscenico si popola la macchina teatrale perde equilibrio. Il secondo quadro, che dovrebbe essere un irresistibile vortice di vita, diventa un affollato bailamme in cui figuranti, ballerini e masse corali si muovono senza una vera gerarchia scenica, distraendo l’occhio invece di accompagnare l’azione. E certe trovate – le coreografie laterali del terzo atto o alcune presenze quasi fiabesche al Momus – sembrano arrivate da uno spettacolo diverso.

Per fortuna basta che Francesco Lanzillotta impugni la bacchetta perché il livello della serata cambi completamente. Il suo debutto areniano è quello di un direttore che, oltre a una tecnica solidissima, possiede un’autentica personalità interpretativa. L’Orchestra dell’Arena risponde con precisione, compattezza e una tavolozza timbrica ricca di sfumature, seguendo una lettura che rifugge ogni facile sentimentalismo e punta invece sul respiro della frase e sul dialogo continuo con il palcoscenico. Lanzillotta costruisce una Bohème dai contrasti perfettamente calibrati: i grandi quadri corali conservano brillantezza senza perdere trasparenza, mentre le pagine più intime respirano con naturalezza, grazie a tempi distesi e a un raffinato lavoro sulle dinamiche. Colpisce soprattutto l’attenzione con cui sostiene le voci, senza mai sovrastarle. Il finale, sospeso in una dimensione quasi irreale, evita ogni retorica funebre e trasforma l’addio di Mimì in un lento dissolversi della memoria, più sognato che tragico.

Su questo tappeto orchestrale si innesta la Mimì di Eleonora Buratto, vocalmente impeccabile ma inizialmente meno convincente sul piano teatrale. Nel primo atto il personaggio fatica a trovare una propria identità: “Mi chiamano Mimì” è cantato con eleganza, morbidezza e assoluto controllo tecnico, ma restituisce una figura ancora troppo generica, priva di quella fragile e irresistibile individualità che rende unica la giovane ricamatrice pucciniana. Anche la recitazione risente di una regia che offre pochi appigli per costruire rapporti credibili fra i personaggi. Con il procedere dell’opera, però, la Buratto cresce sensibilmente: il fraseggio si fa sempre più intenso, la linea vocale acquista calore e il quarto atto la vede finalmente protagonista di un’interpretazione capace di emozionare senza mai forzare l’effetto.

Più problematico il Rodolfo di Yusif Eyvazov, ruolo che appare poco congeniale alle caratteristiche del tenore azero. La professionalità non è in discussione: la dizione è chiarissima, l’intonazione sicura, la linea sempre controllata. Ma tutto viene proiettato su un unico piano dinamico, costantemente sostenuto, quasi sempre forte. È proprio la dimensione lirica del personaggio a mancare: il poeta innamorato, la tenerezza, il pudore, quell’abbandono romantico che attraversa tutta la scrittura pucciniana. Così anche “Che gelida manina”, pur impeccabile sotto il profilo tecnico, convince più per solidità che per poesia.

Francesca Pia Vitale

Completavano un cast di ottimo livello la brillante Francesca Pia Vitale, Musetta seducente senza mai cadere nella macchietta e convincente anche nel ripiegamento drammatico dell’ultimo atto, e lo Schaunard di Jan Antem, vocalmente sicuro e ricco di personalità. Alexander Roslavets conferma le qualità di basso dal timbro caldo e autorevole, regalando una “Vecchia zimarra” intensa e partecipe. Ma a imporsi su tutti è il Marcello di Mihai Damian, probabilmente autore della prova più completa della compagnia: voce bella, ampia e capace di correre con naturalezza nell’immenso spazio dell’Arena, dizione scolpita e un fraseggio sempre espressivo gli consentono di delineare un personaggio vivo, credibile e ricco di sfumature, dall’irruenza giovanile fino al dolore dell’epilogo. Di ottimo livello anche i comprimari: Nicolò Ceriani offre un Benoit autorevole e perfettamente calibrato, mentre Carlo Bosi conferma ancora una volta il suo mestiere con un Parpignol vivace, musicalmente impeccabile e scenicamente efficacissimo. Ottima, come sempre, la prova del Coro dell’Arena preparato da Roberto Gabbiani e delle voci bianche A.Li.Ve. dirette da Paolo Facincani, protagonisti di un secondo quadro compatto e musicalmente trascinante.

Alla fine resta la sensazione di un’occasione mancata. La Bohème di Alfonso Signorini scorre senza lasciare una vera impronta. Il problema non è aver scelto un impianto tradizionale, bensì non avergli dato un’anima. La tradizione è un’arte difficile, forse più difficile dell’innovazione: richiede mestiere, fantasia e una visione limpida del teatro. Qui, invece, aleggia più volte il fantasma di Zeffirelli, ma rifare Zeffirelli senza possederne il genio, il senso dello spazio e la straordinaria capacità di dirigere attori e masse significa ridursi a un esercizio di imitazione, a uno scopiazzare privo di idee. A salvare la serata è stata, per fortuna, la musica di Puccini.

Stefano Pagliantini

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