DONIZETTI Lucia di Lammermoor B. Pinkhasovich, P. Pretti, R. Feola, M. Pertusi, L. Cortellazzi, H. Park, P. Antognetti; Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, direttrice Speranza Scappucci regia, scene e costumi Yannis Kokkos Milano, Teatro alla Scala, 30 giugno 2026 L’ultimo titolo prima della pausa estiva della stagione scaligera vedeva la ripresa di quella ...
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DONIZETTI Lucia di Lammermoor B. Pinkhasovich, P. Pretti, R. Feola, M. Pertusi, L. Cortellazzi, H. Park, P. Antognetti; Orchestra e Coro del Teatro alla Scala, direttrice Speranza Scappucci regia, scene e costumi Yannis Kokkos
Milano, Teatro alla Scala, 30 giugno 2026
L’ultimo titolo prima della pausa estiva della stagione scaligera vedeva la ripresa di quella Lucia che tre anni fa segnò una delle migliori direzioni del Maestro Chailly il quale, come da sua abitudine, non si limitò a proporre il testo nell’edizione critica in versione del tutto integrale, ma colse l’occasione per reinserire nel testo noto quattro piccoli passi “saltati” subito dopo la prima di Napoli nel 1835: nella ripresa 2026 Speranza Scappucci mantiene quasi in toto l’integralità testuale (solo un piccolissimo taglio nella prima cabaletta di Lucia) ma rinuncia ai ripescaggi, con l’eccezione di quello presente alla fine di “Oh, qual funesto avvenimento”. Per il resto, una concertazione certamente professionale ma connotata da tantissimi scollamenti con il coro e i cantanti, da molta incisività ma scarso fascino timbrico: una Lucia efficace ma lontanissima dall’evocazione brumosa e inquieta, dalla mobilità ritmica messa in mostra tre anni fa da Chailly. Il cast manteneva l’impeccabile Leonardo Cortellazzi — un Arturo dall’elegante squillo –, l’Enrico davvero troppo russeggiante — che confondeva l’autorità dell’accento con una soverchia volgarità dell’emissione — di Boris Pinkhasovich e soprattutto il Raimondo di Michele Pertusi, che come sempre compensa il relativo (molto relativo…) affievolirsi dei mezzi vocali con una autorità e una cura del fraseggio che sono pietra di paragone per tutti i suoi colleghi.
Il finale
Cambiava, invece, la coppia di protagonisti: scomparso dalla locandina senza un perché l’annunciato Pene Pati, ecco arrivare Piero Pretti, che però oggi frequenta tutt’altro repertorio, da Bohème a Ballo in maschera fino a Turandot e Cavalleria rusticana. E questo lo si avverte non tanto in una vocalità di bel colore lirico, che non ha troppi problemi nel registro acuto (giusto un po’ di normale fatica in “Tu che a Dio”), ma semmai in un fraseggio grigiastro, senza guizzi, che sembra tradire una estraneità stilistica di base. L’opposto, insomma, nel bene e nel male, del Flórez del 2023, così come molto diverse sono le Lucie di Lisette Oropesa ieri e Rosa Feola oggi: la cantante campana ha voce naturalmente più bella, corposa e omogenea ma non è una belcantista pura come la collega americana, nonostante un dominio della coloratura ineccepibile e soprattutto un gusto sorvegliatissimo anche quando, come nel “da capo” di “Spargi d’amaro pianto” le personalissime variazioni inclinano un tantino verso il liberty. La Feola è meno interessata a trovare fin dalla prima aria le ragioni della futura pazzia di Lucia, che viene invece fatta evolvere gradualmente: una scelta che riflette il modello di Renata Scotto, già sua insegnante, evidente anche nel gusto di una emissione sempre morbida e curata. Una Lucia, nel complesso, convincente e completa, presentata da un’artista matura e intelligente, le cui prospettive di carriera con tutta probabilità la porteranno però lontana dal Belcanto puro.
Sullo spettacolo di Yannis Kokkos avevo detto pochissimo tre anni fa (qui la recensione) e ancora meno posso dire oggi: un perfetto esempio di regia “tradizionale” brutta, sciatta e insensata. Appuntamento a settembre con l’Elisir dell’Accademia e poi con la sempiterna Traviata della Cavani.
Nicola Cattò
Foto: Brescia e Amisano / Teatro alla Scala
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