Quando si parla di leucemia negli adulti, in circa tre casi su dieci si fa riferimento alla leucemia linfatica cronica, che è quindi la forma più comune della malattia. Nel...
Quando si parla di leucemia negli adulti, in circa tre casi su dieci si fa riferimento alla leucemia linfatica cronica, che è quindi la forma più comune della malattia. Nel midollo osseo e appunto nei linfonodi e negli organi linfatici si accumulano i linfociti B, particolari globuli bianchi. Spesso questa patologia, più comune nell’anziano, non presenta particolari segni e sintomi e si sospetta dopo un esame del sangue, il classico emocromo, che risulta alterato. In certi casi compaiono ingrossamento delle ghiandole linfatiche, stanchezza, febbricola, sudorazione notturna e calo di peso inspiegabile. Nel frattempo, le alterazioni del midollo osseo portano non solo all’incremento dei linfociti ma anche ad anemia e diminuzione delle piastrine sono le principali manifestazioni della malattia.
La terapia va studiata caso per caso: se però un tempo l’approccio terapeutico in prima linea si basava sostanzialmente sulla chemio-immunoterapia, oggi la situazione è cambiata. Lo segnala Paolo Ghia, Direttore del Programma di Ricerca Strategica sulla Leucemia Linfatica Cronica all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano e Professore Ordinario di Oncologia Medica all’Università Vita-Salute San Raffaele, ricordando come questo approccio «sia oggi superato dalle terapie mirate, costituite dagli inibitori di BTK e di BCL-2». Ed è in questo ambito che va registrata una novità importante: Aifa, l’Agenzia Italiana del Farmaco, ha approvato acalabrutinib in combinazione con venetoclax in prima linea. Gli studi dicono che grazie alla nuova terapia a durata fissa, il 90% dei pazienti non necessita di un trattamento successivo a 3 anni.
«Nella leucemia linfatica cronica, con acalabrutinib più venetoclax si sono ottenute risposte globali profonde e durature, con un elevato profilo di tollerabilità», è il commento di Ghia, riprendendo quanto emerso nello studio AMPLIFY, pubblicato sul New England Journal of Medicine. In particolare, stando alla ricerca, la sopravvivenza libera da progressione a 36 mesi è stata pari al 76,5% con acalabrutinib più venetoclax, inibitore di BCL-2, rispetto al 66,5% con chemio-immunoterapia. «Il nuovo regime è a durata fissa, pari a 14 cicli da 28 giorni: 2 con acalabrutinib, seguiti da 12 con acalabrutinib più venetoclax – continua Ghia -. Sono state osservate risposte globali profonde e durature, che hanno raggiunto il 92,8% con acalabrutinib più venetoclax, rispetto al 75,2% con chemio-immunoterapia. Altro aspetto cruciale è l’elevato profilo di tollerabilità di acalabrutinib più venetoclax, che consente di preservare la qualità di vita dei pazienti. Gli effetti collaterali, in particolare quelli di tipo cardiovascolare, come fibrillazione atriale, ipertensione arteriosa e sanguinamenti, si sono verificati in una minima percentuale di pazienti, caratterizzati da una lieve entità e facilmente gestibili. Dati particolarmente rilevanti, se si considera che i pazienti con leucemia linfatica cronica sono, nella maggior parte dei casi, anziani, spesso con comorbidità determinate dall’età avanzata».
Passi avanti significativi vanno segnalati sulle possibilità di trattamento del linfoma mantellare, un tumore del sistema linfatico ben più raro con circa 800 nuovi casi stimati in Italia. Aifa ha approvato acalabrutinib in associazione a chemio-immunoterapia (bendamustina e rituximab) per il trattamento di pazienti con linfoma a cellule mantellari non trattato in precedenza non eleggibili al trapianto autologo di cellule staminali. «Il linfoma mantellare è una forma di linfoma non Hodgkin B linfocitario, caratterizzato da una particolare resistenza ai trattamenti - indica Enrico Derenzini, Direttore della Divisione di Oncoematologia all’Istituto Europeo di Oncologia (IEO) di Milano e Professore Associato di Ematologia alla Statale di Milano -. L’età mediana di incidenza è pari a circa 70 anni, ma può colpire anche persone più giovani. Può presentarsi in diverse forme, ad esempio con l’ingrossamento di un linfonodo del collo, dell’ascella o dell’inguine e può localizzarsi a livello del midollo osseo e a livello gastroenterico. Storicamente, rappresenta uno dei linfomi più difficili da curare, perché lo standard di cura in prima linea, costituito dalla chemio-immunoterapia con bendamustina e rituximab nei pazienti over 65 o non eleggibili al trapianto autologo di cellule staminali, consente di ottenere remissioni complete, ma la malattia resta caratterizzata da molteplici recidive».
Lo studio ECHO ha dimostrato che l’aggiunta di acalabrutinib alla chemio-immunoterapia (bendamustina e rituximab), in prima linea, migliora in modo sostanziale i risultati clinici in questi pazienti non eleggibili al trapianto autologo di cellule staminali.
Infine, Aifa ha inoltre approvato la rimborsabilità di acalabrutinib in monoterapia per il trattamento di pazienti adulti con linfoma a cellule mantellari recidivante o refrattario non precedentemente trattati con un inibitore della tirosin-chinasi di Bruton (BTK). «Nel linfoma mantellare le recidive possono avvenire anche a distanza di 6-7 anni – conclude Derenzini – e dunque continueremo a vedere pazienti in recidiva, non precedentemente trattati con inibitore di BTK. Per questo, è importante avere a disposizione un inibitore di BTK di seconda generazione, come acalabrutinib, caratterizzato da elevata efficacia e tollerabilità».
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